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Nella tana del Bianconiglio

Domenica, 29 Marzo 2015 18:05

Nell’ acquario di Facebook (o meglio il FAR WEST DIGITALE )

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L’anno scorso ero in giro per gli eventi del meraviglioso Internet Festival, fiore all’occhiello della città di Pisa da qualche anno a questa parte, e sono andata ad ascoltare una conferenza del collettivo Ippolita (Ippolita è un gruppo di ricerca interdisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle ‘tecnologie del dominio’ e i loro effetti sociali).

Lavorando proprio nel campo di Internet ero già a conoscenza di molti degli argomenti trattati, ma sono rimasta ugualmente colpita per non dire scioccata da quello che ho ascoltato, che è più o meno quanto che segue. E io appunto, essendo addetta ai lavori mi ritengo o meglio mi ritenevo un utente ‘colto’ quindi con a disposizione molte più informazioni rispetto alla media.

Facebook è una multinazionale con più di un miliardo di utenti, il cui obiettivo è il profitto, quindi perché è gratis?

Che cosa ci prendono in cambio?

I nostri DATI. Di conseguenza la nostra privacy.

E i dati sono considerati a livello economico ‘il nuovo petrolio’.

Tutti noi siamo utilizzatori di una tecnologia della quale conosciamo le potenzialità ma non ancora i rischi. Al momento non possediamo una cultura sulla tutela dei nostri dati personali ed è questo il big issue: la grande questione. Le persone ingenuamente dicono: - io non ho niente da nascondere-, ma non è questo il punto. Il punto è che la moneta di scambio dei servizi gratuiti sono le nostre interazioni sociali, attraverso le quali forniamo informazioni preziose.

Ma come vengono estratti questi dati? E chi li gestisce una volta immagazzinati? Come ci proteggiamo?

Tutti siti ai quali accediamo vengono memorizzati nel programma di navigazione che utilizziamo; è ormai tristemente noto il fatto che Gmail, il servizio di posta elettronica di Google, diffusosi rapidamente perché non mette limiti allo spazio a disposizione dell’utente, archivia nelle sue memorie di dimensione pressoché infinita il CONTENUTO di tutte le email scambiate con questo servizio, in quanto le informazioni vengono trasmesse in chiaro, ovvero non criptate.

Quando utilizziamo Facebook (ma anche quando effettuiamo un acquisto online, ecc. ecc.) siamo obbligati a registrarci, fornendo così i nostri dati personali e il consenso al trattamento degli stessi, pena l’esclusione dal servizio.

Insomma una valanga di informazioni, detta in gergo “Big Data”, che opportunamente processate per mezzo di algoritmi sofisticati e in breve tempo, può rivelare informazioni implicite, relazioni inaspettate e tante altre informazioni interessanti.

Tramite le nostre preferenze, i nostri ‘like’, memorizzano i nostri gusti e ci bombardano con pubblicità ad hoc: una nuova forma di economia che è una miniera d’oro denominata PROFILING.

Migliore è il profilo degli utenti (cioè con un maggior numero di informazioni), migliori sono le statistiche che vengono vendute alle multinazionali: si parla di un grandissima quantità di dati ben ordinati e quindi di grandissimo valore.

Per esemplificare meglio il concetto di profiling possiamo citare Amazon e la teoria della coda lunga: Amazon non guadagna vendendo i best seller ma piuttosto libri fuori catalogo e/o non tradotti. Fa da mediatore tra il singolo e le case editrici. Stessa cosa per Ebay, la cui economia si basa su piccoli inserzionisti a cui vengono venduti gli spazi pubblicitari. Economia della coda lunga: costituita da una miriade di eventi di singoli identificati grazie al Profiling.

L’innovazione di Facebook é che il profiling viene fatto in modo attivo da parte dell’utente che fa il lavoro al posto delle multinazionali. Viene mappata la nostra impronta digitale attraverso ogni dispositivo che utilizziamo.                                                            

All’utente viene chiesta la trasparenza totale mentre queste aziende non rivelano nulla.

Da quale cultura provengono ad esempio i creatori di Facebook? Coloro che sostengono che la trasparenza totale e radicale dell’uomo nei confronti delle macchine porterà a un mondo migliore?

Condivisibile a pieno la posizione di Wikileaks: le multinazionali devono essere trasparenti ed essere obbligate a dirci come ottengono i dati e come li utilizzano, non è l’utente che deve essere trasparente.

L’ingenuità nella società di oggi non paga ed è quindi necessario conoscere ‘che cosa ci sta dietro’, se vogliamo evitare brutte sorprese.

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