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Moi Je Joue

Martedì, 16 Dicembre 2014 20:13

Magic in the moonlight

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Magic in the moonlight - 3.5 out of 5 based on 8 reviews

Devo dire che mio padre ha ragione quando dice: “Non mi piace Woody Allen, ma non si può dire”, perchè in effetti la gente ti prende per pazzo se non pensi a Woody Allen come genio del cinema. Grandi film, eh, i suoi, per carità, ma le pellicole in cui la psiche umana si butta a terra e si contorce già nell’espressionismo tedesco degli anni ‘20 erano presenti. Lui ti ci fa ridere sopra e spolvera tutto di ebraismo e New York.

Woody Allen non si può di certo liquidare così in due parole, è un regista di spessore, che della psicanalisi e della provocazione al capitalismo ha fatto i suoi fiori all’occhiello. Mai soddisfatto appieno dei suoi lavori, incarna egli stesso l’uomo moderno medio stressato, ipocondriaco (forse ipertiroideo per l’agitazione).

Ecco, c’è tanto da dire su questo quasi ottantenne e dei suoi occhialetti neri. Nonostante ciò ha toppato. Ma toppato di brutto, eh, se mi permettete questo linguaggio. Già nel 2012 ci ha fatto mettere le mani nei capelli con “To Rome with love”, con la Mastronardi. Alessandra. Quella dei Cesaroni. Poteva da sola far diventare un flop pure Il Signore degli Anelli, in effetti, ma allora perchè sceglierla per un film già scarno, che si salva solo perchè è ambientato in una bellissima città e perchè c’è Alec Baldwin, che fa ancora scaldare tutte le casalinghe di Voghera?

Non divaghiamo. “Magic in the moonlight” mi ha deluso. Non perchè non sia un bel film: da quel punto di vista mi ha soddisfatta, la trama è davvero carina, anche se il finale lo conosci già prima che inizi, gli attori sono eccellenti e gli anni ‘30 personalmente mi fanno impazzire. Mi ha delusa perchè una commedia leggera e simpatica come quella non si confà al “genio indiscusso” di Woody Allen. Anche il titolo banale urla “attenzione che qui risuccede come in To Rome with love”.

Per confermare la mia schizofrenia vi invito ad andare a vederlo, ma senza pensare che sia suo, pensatelo come un secondo “American life” di Sam Mendes magari. E ascoltate per bene la colonna sonora che si allaccia ad ogni piccolo movimento degli attori perchè è quello l’unico momento in cui il genio di Allen viene fuori. Gustate con attenzione ogni tocco che riguarda la vita quotidiana di quegli anni, dalla presentazione del cibo al modo in cui si balla il charleston. E siate invidiose della costumista Sonia Grande, per avere la capacità di mettere insieme tutta quella raffinatezza e eleganza che solo il look “da maschietto” anni ‘30 sapeva dare. Coco Chanel sarebbe fiera di lei. E pure Woody Allen, visto che se la tiene stretta da “Vicky Cristina Barcelona”.

 

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