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Giovedì, 10 Luglio 2014 15:29

I PREREQUISITI ALL’APPRENDIMENTO DELLA LETTO- SCRITTURA (seconda parte)

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I PREREQUISITI ALL’APPRENDIMENTO DELLA LETTO- SCRITTURA (seconda parte) - 4.0 out of 5 based on 5 reviews
“Quello che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara” (D. Pennac) Un discorso a parte merita, tra i prerequisiti, il livello motivazionale che può essere definito come il riconoscimento del valore del “sapere” ai fini sociali ed individuali. Il processo di conoscenza del mondo e di noi stessi inizia dal momento in cui nasciamo e dura per tutta la vita. Per molto tempo le nostre esperienze di apprendimento si verifica all’interno di un rapporto di dipendenza con uno o più esseri umani. Nei primi anni di vita, in modo particolare, è la qualità di questi rapporti che influenza profondamente la nostra curiosità e l’apertura verso nuove esperienze alle quali si accompagnano inevitabilmente sentimenti contrastanti come eccitazione, speranza e terrore. Tutti noi ricordiamo il nostro primo giorno di scuola; ci sentivamo in equilibrio tra il desiderio di viverlo e la paura di fallire. Ancora oggi che siamo adulti, proviamo gli stessi sentimenti quando dobbiamo affrontare una nuova avventura ; un proverbio tedesco recita “aller anfang ist schwer” (ogni inizio è difficile) tuttavia, se le nostre prime esperienze di apprendimento sono avvenute in un clima rassicurante e pronto a raccogliere ed accogliere non solo le nostre istanze cognitive ma anche quelle emotive, ci sentiamo sufficientemente forti da estendere noi stessi fisicamente, mentalmente ed emotivamente. Ogni compito portato a termine con successo e senza che l’ansia prevalga su tutte le altre emozioni in gioco, è un piccolo “capitale” che noi mettiamo da parte per essere investito in nuove situazioni. Purtroppo, in una società competitiva come quella nella quale ci troviamo a vivere attualmente, l’approccio all’istruzione ha subito profonde modificazioni. Capita in modo sempre più frequente di incontrare programmi, libri, materiale informatico che promettono di far “lievitare” il quoziente intellettivo del bambino in modo da metterlo nelle condizioni di accedere precocemente all’apprendimento scolastico. Il pericolo che si corre è quello di modificare le finalità di alcune agenzie sociali; la scuola materna, ad esempio, è nata soprattutto con l’obiettivo di stimolare nel bambino la socialità mentre, allo stato attuale, questo obiettivo rischia di essere sostituito da una stimolazione di carattere meramente intellettuale. L’idea di fondo è quella che un’estensione dell’istruzione formale in età prescolare, possa creare dei “superbimbi” pronti a scalare la vetta della tavola pitagorica ancor prima di avere imparato ad andare in bicicletta senza ruotine. Molte associazioni create a tutela dell’infanzia (Association for Childood Education International, Association for Supervisor and Curriculum Development, International Reading Association, National Association for the Education Of Young Children, National Association of Elementary School Principals, National Council of Teachers of English) hanno evidenziato come bambini in età prescolare siano spesso sottoposti ad esperienze “più grandi di loro”, senza peraltro venire stimolati in base a quelli che sono i loro personali stili di apprendimento. Tali associazioni affermano, ad esempio, come programmi “accelerati” e finalizzati all’acquisizione di singole competenze come la lettura non consentano una libera sperimentazione linguistica, una integrazione fra lingua parlata e lingua scritta e fra ascolto e lettura. I bambini esposti ad un’ istruzione settoriale basata solo sulle prestazioni, perderanno inevitabilmente il piacere di imparare e, nel caso specifico, di leggere. È importante dunque che i primi apprendimenti scolastici avvengano al momento giusto e con il giusto approccio, in quanto le modalità di esposizione ad una nuova competenza influenzeranno l’atteggiamento mentale ed emotivo nell’affrontare ogni “sfida” successiva. L’ambiente ideale per stimolare il desiderio di apprendere (principale prerequisito all’apprendimento stesso) incoraggia senza incalzare, creando un clima di calore e approvazione. Viceversa, le interazioni orientate al compito anziché al bambino sono interazioni “fredde” che limitano o addirittura bloccano lo sbocciare dell’istinto epistemofilico. Il prezzo di una buona educazione prevede, dunque, una costante vigilanza sui processi di insegnamento e di apprendimento; se trascuriamo, come ci ricorda Aristotele, che “i bambini non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere” e, dunque, individui con specifici bisogni, capacità e priorità di apprendimento avremo fallito la nostra missione di educatori, qualunque sia il nostro ruolo di adulti nel loro delicato mondo in formazione. Concludo con una frase di Daniel Pennac, autore con il quale ho “aperto” questo articolo, che trovo particolarmente suggestiva e degna di riflessione: “…il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare, il verbo sognare…naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!”, “Sogna!”, “Leggi!” “Leggi, ma insomma, leggi che diamine, ti ordino di leggere!” “Sali in camera tua e leggi!” Risultato? Niente.
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