MdS Editore
Mercoledì, Febbraio 21, 2018
Login Registrati

Accedi al tuo account

Nome utente
Password *
Ricordami

Senti chi parla

Sabato, 07 Giugno 2014 15:49

NARRO ERGO SUM (seconda parte) Lo svilupparsi delle competenze narrative nei bambini

Scritto da 
Vota questo articolo
(3 Voti)
NARRO ERGO SUM (seconda parte) Lo svilupparsi delle competenze narrative nei bambini - 3.7 out of 5 based on 3 reviews

Dedico questo articolo alla memoria

di Andy Rocchelli,

narratore della follia




La narrazione è una competenza trasmessa precocemente ai bambini attraverso il racconto di fiabe, storie ed episodi che possono riguardare il bambino stesso o la sua famiglia.

A sua volta il bambino inizia, con strumenti linguistici ancora poco “raffinati” ma spinto dalla necessità di dare forma alla propria esperienza, a raccontare molto precocemente.

Secondo il già citato Bruner, infatti, la competenza narrativa non è solo una competenza linguistica o una forma di pensiero, ma anche l’espressione del mondo culturale di appartenenza del soggetto.

Hudson e Shapiro considerano la narrazione un compito linguistico, sociale e cognitivo che si fonda su quattro tipi di conoscenza: concettuale ( la conoscenza del mondo, delle persone, degli oggetti), linguistica ( in quanto la narrazione richiede una precisa competenza nell’uso di espedienti linguistici necessari alla stesura orale di un testo come, per esempio, nel racconto di una fiaba il “C’era una volta…” che schiude l’inizio della narrazione o il rassicurante e conclusivo “…e vissero felici e contenti”) strutturale ( la conoscenza delle componenti strutturali dei diversi generi narrativi) e infine la pragmatica ( la quale si riferisce a ciò che il narratore conosce circa la funzione della narrazione nel contesto).

Nella narrazione esiste una stretta interdipendenza fra il piano cognitivo e quello linguistico; essa infatti prevede il distacco dalla situazione presente che implica a sua volta la capacità di astrarsi e quella di utilizzare espedienti linguistici per collocare gli eventi nella corretta sequenza logico-temporale.

Che cosa prevede, inoltre, la narrazione? L’interruzione dell’alternanza dei turni, tipica degli scambi conversazionali, nella quale il narrante è chiamato a scegliere autonomamente il lessico, la sintassi, l’ordine di presentazione degli eventi e la loro connessione logica, la comprensione del significato degli eventi, l’acquisizione di un lessico psicologico che consenta di fare riferimento a sentimenti, emozioni e pensieri dei personaggi del racconto, reale o fantastico che sia e, infine, la capacità di costruire un discorso coerente e coeso.

L’importanza dell’emergere e dello svilupparsi del discorso narrativo è rappresentato anche dal fatto che esso rappresenta un aspetto fondamentale dell’apprendimento verbale in età prescolare e risulta essere il migliore indice predittivo di successo scolastico.




Esistono tre forme principali di narrazione: le narrazioni personali o autobiografiche, lo script e le storie di fantasia.

Il racconto autobiografico si riferisce a fatti singolari e specifici nel quale il narratore e il protagonista coincidono e dove non risulta necessario una rigida gerarchizzazione degli episodi che si succedono nel tempo.

La narrazione di esperienze personali è la prima forma di narrazione e compare molto precocemente, verso di due anni mezzo.

All’inizio il bambino riferisce solo azioni e comportamenti, producendo una sorta di lista di azioni temporalmente disorganizzate, ma già verso i 4-5 anni, è capace di narrare sequenze temporali più coerenti. È solo verso i 6-7 anni, tuttavia, che si mostra capace di orientare l’ascoltatore sul come, il dove e il quando un episodio si è verificato e di collegare tale episodio ai relativi desideri, credenze, emozioni e valori.

Lo script è la seconda forma di narrazione che parla di eventi routinari piuttosto che di eventi particolari e rappresenta un prerequisito all’emergere delle “storie”.

Esso fa la sua comparsa verso i 3-4 anni e risulta essere una sorta di copione o sceneggiatura del modo in cui ci rappresentiamo mentalmente azioni o eventi comuni.

Nella vita quotidiana, infatti, vi sono delle regolarità che noi estraiamo e che utilizziamo come schemi di anticipazione (per es. andare al ristorante, lavarsi i denti, preparare il caffè ecc.)

Lo script non è altro che la rappresentazione di un evento organizzato in termini spazio-temporali e causali. La base è l’esperienza reale costituita dalla successione ordinata di azioni coerenti finalizzate ad ottenere uno scopo all’interno di un contesto.

La capacità di rappresentarsi eventi ha un duplice scopo: elaborare delle categorie concettuali di pensiero e sviluppare la capacità di sapersi orientare nella vita quotidiana.

Quando un bambino si rende capace di scomporre una sequenza logico-temporale di uno script, si mostra in grado di astrarre proprietà caratteristiche e funzionali degli oggetti e delle azioni tipiche di un determinato evento.

Il numero e la complessità degli scripts aumenta notevolmente con l’età.




La narrazione di fiabe o storie di fantasia appare più tardivamente rispetto alle altre due narrazioni; questo è conseguente al fatto che tale tipo di narrazione risulta particolarmente complessa in quanto richiede un linguaggio altamente decontestualizzato che non si appoggia né ad esperienze personali né ad azioni e oggetti concreti. In questo tipo di racconto, infatti, sono richieste al bambino: capacità di decentramento (nella narrazione di fantasia “esco” da me stesso, dal mio ambiente e dal mio tempo) capacità informative (devo essere in grado di fornire all’ascoltatore tutti gli elementi necessari alla comprensione), conoscenza della struttura tipica delle storie ( strutturate, spesso, secondo uno schema ricorrente: ambiente/personaggi/evento problematico/ tentativo di rimuovere l’ostacolo/ epilogo) e capacità di creare connessioni fra gli elementi salienti e secondari.

Letto 4890 volte