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Lunedì, 13 Gennaio 2014 18:51

Asino chi legge (seconda parte)

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Al lettore adulto dite: è faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

È piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi all’altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

 (Janusz Korczak, Quando ridiventerò bambino)

ASINO CHI LEGGE (seconda parte):

Nella prima parte di questo articolo sono stati descritti, seppure in maniera approssimativa, i disturbi specifici di apprendimento (DSA) relativi alla scrittura e al calcolo.

In questo seconda parte, invece, parleremo dei disturbi legati alla lettura i più comuni dei quali sono: il disturbo nella comprensione del testo e la dislessia.

Il disturbo specifico della comprensione del testo può essere definito come un disturbo caratterizzato da un significativa difficoltà nel comprendere il significato di testi scritti, non giustificato da ridotte capacità di decodifica, da deficit cognitivi o sensoriali, da situazioni di svantaggio socio-culturale o da carenza di istruzione.

 l bambini con questo tipo di difficoltà possono compiere errori mentre leggono o, viceversa, leggere in modo sufficientemente corretto. In entrambi i casi, tuttavia, al termine della lettura non riusciranno ad organizzare le informazioni in un insieme logico e facilmente memorizzabile;  manterranno, infatti, solo alcune informazioni senza essere in grado di collegarle in un testo  (scritto o orale) avente un senso compiuto.

I problemi di comprensione del testo scritto possono essere associati o conseguenti a : dislessia evolutiva molto severa ( DE) , deficit di memoria verbale, difficoltà di comprensione linguistica. In questo caso, però, non è corretto parlare di disturbo specifico, in quanto tale etichetta diagnostica viene posta in assenza di deficit “franchi” nelle restanti abilità.

La dislessia è attualmente il disturbo specifico di apprendimento più conosciuto.

Il termine dislessia, proprio per il fatto di essere il più “popolare”, viene spesso impropriamente utilizzato come sinonimo di qualsiasi tipo di disturbo di apprendimento.

Per “dislessia”, però, si intende un disturbo di acquisizione delle abilità di decodifica della lingua scritta che si manifesta in bambini di intelligenza normale, con adeguate opportunità educative, privi di significative patologie neurologiche o psichiatriche e di deficit sensoriali non corretti.

 

Il bambino dislessico presenta specifiche e persistenti difficoltà nell’effettuare una lettura fluente (cioè veloce e scorrevole) e accurata (cioè priva di errori o con un numero di errori compatibili con la classe scolastica frequentata).

La comprensione del testo risulta generalmente buona o sufficiente; molto di questo dipende dalla qualità della decifrazione. Come sopra accennato, infatti, una dislessia particolarmente severa può interferire nella comprensione di ciò che il bambino legge. Una eccessiva lentezza, una lettura di tipo sillabico o “lettera per lettera”, la presenza di frequenti errori, pause e autocorrezioni renderà, ovviamente, più problematica la comprensione e la memorizzazione delle informazioni contenute nel testo. Il bambino con una dislessia di elevata entità, inoltre, “sprecherà” molta attenzione e molte energie nel compito di decifrazione delle parole scritte a discapito del contenuto di quanto letto. Il processo di lettura risulterà, per lui, un compito che fatica a diventare automatizzato richiedendogli, pertanto, uno sforzo maggiore rispetto a quello dei coetanei.

Per fare un esempio di quale può essere la situazione di un alunno dislessico di fronte ad un testo scritto, pensiamo a quando, per la prima volta, ci siamo messi alla guida di un auto. Ogni movimento, ogni azione richiedeva una costante vigilanza e tutta la nostra attenzione era concentrata sul cambiare le marce, frenare, premere la frizione, ruotare il volante ecc.           Con il tempo questa competenza è stata automatizzata e così, dopo anni di esperienza, siamo in grado di effettuare le sequenze di azioni  necessarie senza il bisogno di un controllo serrato.       In questo modo, mentre guidiamo possiamo parlare (meglio se non al cellulare), ascoltare la musica , il giornale radio o semplicemente pensare ad altro. L’automatismo ci “sgancia” in qualche modo da quello che facciamo liberando le nostre energie che, così, possono essere convogliate altrove. Per il bambino dislessico le cose faticano a evolvere in questo senso: imparare a leggere richiede uno sforzo così importante che il leggere per imparare (che è poi il fine ultimo di questa competenza) passa talvolta in secondo piano.

La dislessia, dunque, è caratterizzata da un minore  correttezza e rapidità della lettura rispetto a quanto atteso per età anagrafica, livello di istruzione raggiunto e quoziente intellettivo. Il bambino si mostra molto più lento dei coetanei nel deciframento di un testo anche perché adotta più a lungo la strategia di farlo, come sopra accennato, “lettera per lettera”.

Egli, inoltre, compie durante il processo di lettura degli errori “tipici” che possono essere di diversa natura.

Errori di tipo visivo i quali consistono nello scambio di lettere che hanno tratti visivi simili o speculari (per esempio: “r” con “e”, “p” con “q”, “b” con “d”, “m” con “n”)

Errori di tipo fonologico, riguardanti lo scambio  di lettere che hanno suoni simili (per es: /f/con /v/, /b/ con /p/, /k/con /g/ …)

Errori di anticipazione dove una parola viene letta al posto di un’altra a cui si accomuna  o per lettere iniziali o per significato (“chissà” con “chiese”, “sono stato” con “sono andato”…)

La diagnosi di dislessia può essere fatta al termine della seconda elementare , momento che coincide con il completamento del ciclo dell’istruzione formale del codice scritto.

Tuttavia, ai fini di una positiva evoluzione risulta particolarmente importante la prevenzione o la diagnosi tempestiva.

I bambini oggetto di un monitoraggio attento già in epoca prescolare dovrebbero essere quelli che hanno presentato un ritardo nell’acquisizione del linguaggio e/o che presentano familiarità per tali disturbi.

Inoltre, seppure la diagnosi di DSA  non venga posta prima della seconda/ terza classe, a seconda che il tipo di disturbo interessi la scrittura, la lettura o il calcolo, si possono tuttavia riconoscere bambini a rischio già  al termine della prima elementare.

Quali sono le caratteristiche che dovrebbero metterci in allarme di una possibile evoluzione in un DSA? 

Una lettura ”stentata” anche per parole frequenti  (mamma, mare, cane, oca…) , errori di lettura fra lettere simili , numerosi errori nella scrittura, difficoltà di copia e nella riproduzione di lettere leggibili, difficoltà nella conoscenza del sistema dei numeri (conteggio anterogrado/retrogrado), difficoltà nella lettura e nella scrittura di  numeri oltre la decina, scarse abilità di calcolo senza supporti concreti (dita, gettoni ecc.).

Un altro punto importante è la collaborazione fra le diverse agenzie sociali (famiglia, scuola, servizi sanitari) che riduce il rischio di disturbi secondari quali: fobia scolare, ridotta motivazione, abbandono scolastico e deriva sociale.

il futuro di un bambino con tali difficoltà, dunque, è tanto migliore quanto migliori sono le sue capacità cognitive e l’epoca di intervento. Ma anche,  forse soprattutto, il suo equilibrio psicologico fortemente legato alla comprensione da parte dell’ambiente delle sue difficoltà e all’atteggiamento didattico degli insegnanti e di chi si occupa della sua istruzione.

 

Concludo con le parole “testuali” di Andrea, un ragazzo con DSA di 18 anni

“non e mai facile esere diferenti, e sempre la cosa piu difficile ma non e una cosa brutta o sbgliata, anzi. somo le persone piu diverse che portano le piu grandi innvazioni. Si sempre te stesso e vivi per non farti buttare giu dalla gente che non ci crede”.

 

 

 

 

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