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Cibus in fabula

Lunedì, 21 Luglio 2014 22:16

Come Peter Pan

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Ebbene, sì. Confesso. Sono stata innamorata di Peter Pan, folletto agile, simpatico e dispettoso che voleva restare per sempre bambino e continuare a volare libero, nei cieli fatati dell’Isola che non c’è. Adoravo la sua destrezza da spadaccino e il suo sarcasmo contro il perfido Capitan Uncino. Provavo per Campanellino, fatina bella e delicata, l’invidia e la gelosia suscitate dalla rivale in amore. Non ero bionda, non così minuscola, non sapevo fare magie e, soprattutto, non potevo volare. Ero solo una bambina che, ogni sera, prima del sonno, restava in trepidante attesa della favola. E in quelle sere, in cui ascoltavo rapita l’avventura dei bimbi sperduti, non avrei certo immaginato di diventare adulta nell’epoca della forsennata ricerca dell’elisir di lunga vita. Nella Società del giovanimento, per dirla con Alessandro Agostinelli; in un tempo, cioè, in cui invecchiare, ovvero mostrare al mondo il tempo che ci passa addosso, non è più un valore, ma un’onta da evitare, da allontanare il più possibile e, se si può, da cancellare assolutamente.

Vogliamo restare giovani per sempre, a tutti i costi, dentro e fuori. Nei pensieri, nel modo di vivere, nel linguaggio e nell’aspetto. Rifiutiamo le modificazioni fisiologiche del corpo e del ragionamento, manifestando tale rifiuto in tutti i modi possibili: dall’abbigliamento, al trucco, alle scelte di vita, ai comportamenti alimentari. Insomma, vogliamo essere come Peter Pan.

Nella società dei folletti, sempre pronti a nuove mode, con giro-vita perfetti e ventri piatti, genitori eternamente adolescenti che abdicano dal ruolo di guida per sentirsi amici e fratelli, più che madri e padri; ecco, in questa società vivo da adulta conclamata, sentendo fortemente la mancanza della “continuità”. Perso, il passaggio di tradizioni e conoscenze che avveniva da una generazione all’altra; persa, la pazienza per quel tempo necessario, da sempre, a fornire a ogni popolo la sua forza, le sue certezze, la sua cultura.

 

Qualcuno lo dica a Peter Pan! Qualcuno lo racconti a Campanellino!

 

Viviamo, dunque, in una tale continua tensione al perfetto, al veloce e al giovane da non prestare più attenzione al valore dei segni che gli anni ci lasciano addosso: le rughe dei sorrisi e dei pensieri, i gesti veloci dell’esperienza, il senso dell’ora e del qui, la capacità di dare priorità a talune cose e non ad altre, un verso ricordato a memoria, un libro letto da consigliare, una data da commemorare, un racconto da fare, un’usanza da tramandare, una pietanza da preparare senza bisogno di consultare la ricetta.

Forse – penso - se Peter Pan avesse avuto qualcuno a raccontargli le storie della propria infanzia, se qualcuno gli avesse insegnato a impastare acqua e farina per giocare a fare il pane, se lo avesse portato in un campo arato, narrandogli storie di stagioni e piante…forse, non avrebbe avuto così tanta paura di crescere e avrebbe dato al tempo l’opportunità di costruirgli dentro cose preziose.

 

Oh, bella! Ma che dico? E come avrei fatto io a diventare grande senza il tintinnio del suo spadino, gli urli dei pirati nelle orecchie e la polvere dorata di Campanellino sul lenzuolo?

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