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Il cacciatore di birra

Martedì, 26 Marzo 2013 11:12

Metti una sera a caso, tra birra e parole

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Metti una sera a caso, tra birra e parole - 4.5 out of 5 based on 2 reviews

Dicono che la pioggia sia un'ottima scusa per non uscire. Un po' come gli errori degli altri si fanno alibi per non partecipare.

E invece no. Caccio via la nebbia dagli occhi con la mano ed esco.
Stanotte mi fermo a Follonica. Gli impegni usati e rotolanti di questi giorni impongono tappe impreviste, improbabili a volte. 
Da qualche parte una campana batte le ventuno. Parcheggio sul lungomare deserto e lucido di febbraio e mi incammino verso il centro. Sembra di essere in qualche borgo sperduto chissà dove. 
Le strade vuote si allargano a dismisura. Le luci delle insege riposano in silenzio. Solo uno sparuto ritardatario cammina veloce verso non so quale indirizzo. 
Cerco un posticino per cenare e capisco subito che l'impresa è tutt'altro che facile. Pazienza. Ha smesso di piovere e ho voglia di camminare. Per inciso il mio proverbiale senso dell'orientamento pari a zero mi fa scroprire un numero imprecisato di vicoletti inutili ma simpatici. 
Dopo circa un'ora raggiungo un localino d'angolo. Si avverte il chiacchericcio delle voci attutite dai vetri appannati. Il giallo delle luci schiarisce l'asfalto. Mi ispira e così entro.
Mi siedo su un divanetto davanti a un tavolino quadrato di legno. E mi guardo intorno. Un paio di coppiette, due gruppi di amici, un ragazzo piegato sul suo panino seduto di fianco a me. Mi colpisce subito un fatto notevole: sorridono tutti. Non sta succedendo niente, ma l'atmosfera è serena. Sono convinto che l'inverno aiuti l'umanità. Forse perchè ci si sente più complici gli uni con gli altri. Forse perchè il giorno scivola via più facilmente e certi ipocriti formalismi se ne vanno prima. E alla fine restimao noi. E non abbiamo più scuse. Dobbiamo accettare quel poco di tempo esattamente per quel che è. Mi sorprendo a sorridere. 
Una cameriera di cui non ricordo il nome prende la mia ordinazione e, sorpresona, non si scompone quando gli domando se per caso avessero qualche birra artigianale. "Certo. Un attimo che le chiamo il titolare". 
Dalla cucina esce un pizzaiolo dal volto rossastro. Mani grandi, pochi capelli portati con orgoglio. 
Mi accompagna ad un grosso frigorifero e inizia a spiegarmi con semplicità e passione le sue etichette. Non sa chi sono ed io non ho alcuna voglia ne interesse di presentarmi. Lo lascio raccontare. Mi piace moltissimo ascoltare una buona storia, anche con qualche imprecisione. Dopo alcuni minuti mi decido, scelgo la mia bottiglia e me la faccio portare. 
Mentre la verso nel teku bagnato e alla giusta temperatura, approfitto per fare qualche domanda all'oste e scopro che l'improbabile è più consueto di quanto crediamo. O almeno a me certe situazioni capitano spesso. Non voglio far pubblicità quindi non cito nomi e indirizzi, ma la vita che mi racconta è fantastica. Dalla parentela con un noto attore hollywoodiano, ai pellegrinaggi in giro per l'Italia prima di fermarsi a Follonica. E via dicendo. Tra una birra e l'altra si è fatto tardi. La sveglia del giorno dopo impone rispetto, quindi ci salutiamo calorosamente, ci scambiamo numeri e opinioni e via. 
Me ne vado considerando tra me e me che in fondo non è successo nulla. Ho mangiato una pizza e bevuto una buona birra in una sera di febbraio. Eppure sento il battito della notte, ho le testa piena di storie e pensieri. Come direbbe DeAndré "ho una barca da scrivere e un treno da perdere". 
A ben vedere si tratta del miracolo quotidiano che possiamo vivere. Basta scegliere di farlo. Basta aprire gli occhi per vedere e non solo accontentarsi di guardare. Son partito per bermi una birra al pub, e in fondo al bicchiere ho intravisto la strada che conduce oltre la prossima collina. 

 

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