MdS Editore
Venerdì, Settembre 22, 2017
Login Registrati

Accedi al tuo account

Nome utente
Password *
Ricordami
Zampa che ti passa! Venerdì, 27 Maggio 2016 15:48

Un salto oltre il muro

Intervista a Claudio Villa, responsabile del progetto “Cavalli in Carcere”

Scritto da 
Vota questo articolo
(1 Vota)
Un salto oltre il muro - 5.0 out of 5 based on 1 review

“Gli animali in carcere aiutano a riportare rispetto, dignità e soprattutto amore, ingrediente principale per la motivazione al cambiamento”
(Sr. Pauline Quinn)

I cavalli sono creature incredibili, capaci di leggerci dentro e restituirci al contempo un’immagine diversa, che in qualche modo non ci aspettiamo, di noi stessi. Questo grande quanto delicato e sensibile animale ama relazionarsi con gli altri, con il suo gruppo, ama la vita sociale, privato della quale soffre molto di più di quello che si può pensare. I cavalli, come tutti gli animali del resto, non ci giudicano, non si relazionano con noi in base al nostro aspetto, o al nostro stato sociale, culturale, o per il colore della pelle. Ci donano la loro compagnia, il loro amore e il loro rispetto gratis. O forse no. Perché in realtà la dobbiamo conquistare, la loro fidcucia, mettendoci a nostra volta in discussione, scoprendo con umiltà il nostro cuore e le nostre debolezze. I cavalli sono dunque un’enorme risorsa per chi ha la fortuna di poterli conoscere e frequentare e possono diventare dei veri e proprio “terapeuti”, come è accaduto in questa realtà meravigliosa che andiamo a scoprire.

Il progetto “Cavalli in Carcere” nasce come progetto-obiettivo sperimentale destinato alla qualificazione professionale, mediante l’ausilio del cavallo, di soggetti sottoposti a misure privative e limitative della libertà personale. L’Associazione ASOM – “Un salto oltre il muro” opera presso la II Casa di Reclusione Bollate - Milano. Il fondatore e presidente  – Claudio Villa – è responsabile di questo e organizza il corso di formazione “Conoscere il Cavallo” per i detenuti presso la Scuderia Bollate.

10408986 988092507873726 973829050327622082 n-370x370

Si è reso disponibile a parlarci della sua esperienza, anche se – ha premesso – per capire “occorrerebbe vedere, e rendersi conto di persona che cosa significa”.

Dato che al momento non lo possiamo fare, ma almeno per quanto mi riguarda mi ripormetto di andare a visitare la sua Associazione quanto prima, accontentiamoci intanto delle sue parole e del racconto diretto, ringraziandolo per la disponibilità.

Com’è nata l’idea di questo progetto e come si è sviluppata?

Tutto è nato con l’offerta di un privato di regalare dei cavalli al carcere di San Vittore prima, passati poi a Bollate, sostanzialmente per motivi di spazio. Il progetto era stato presentato in casa FISE (Federazione Italiana Sport Equestri n.d.r.) nel 2006 alla Fiera di Verona e la cosa mi colpì subito. Io conoscevo la direttrice del carcere di allora, Lucia Castellano, e avendo a che fare con la FISE (sono tecnico federale) ho visto che era stato presentato questo progetto e ho chiamato la direttrice offerendomi di darle una mano a metterlo in atto. Sono stato accolto a braccia aperte e così siamo partiti.

Perché hai avvertito l’esigenza, se la si può definire così, di dare vita a questa Associazione e a questo progetto?

Io mi interessavo già dal tempo al concetto del benessere del cavallo, di un approccio etologico e consapevole, basato su metodi non coercitivi ma conoscitivi dell’animale. Con il carcere invece non avevo mai avuto contatto; l’idea era quella di dare una formazione professionale ai detenuti, mettendo in atto proprio questo particolare approccio. Finito il primo corso di tre mesi, son scomparsi tutti, la FISE non si è fatta più viva, anzi a essere onesti già da prima, dal 2007 (dopo l’inaugurazione ufficiale con giornali stampa e televisoni) si era sollevata da ogni impegno. Finito questo non c’era più niente. Io mi sono trovato a vivere in una dimensione che mi aveva affascinato e incurisioto. Così mi sono aggiornato e ho riproposto di fare un altro progetto, stavolta a titolo di volontariato.

Sempre con questo criterio, operando una selezione fra i denetuti che partecipavano, insieme al veterinario Pier Mario Giongo, che mi ha sempre seguito e aiutato, abbiamo fatto così un secondo corso. Poi abbiamo iniziato a farne uno all’anno, usufruendo della collaborazione della Regione Lombardia fino al 2009. Man mano da 4 box con 4 cavalli abbiamo cominciato ad allargare la struttura con materiali di recupero, costruendo tutto con le nostre mani, sono arrivati anche altri cavalli. Nel frattempo ho programmato due/tre corsi all’anno per dare continuità al progetto. Uno ufficiale della Regione diciamo, e gli altri a titolo di volontariato. Quando la collaborazione con la Regione è finita ho continuato con due tre corsi all’anno, sempre svolti come forma di volontariato.

10662079 10152821179222347 7114975426926547192 o

Si tratta quindi di un vero e proprio corso di formazione, com’è strutturato, quanti allievi partecipano?

Mettiamo insieme teoria e pratica, affrontando i tanti aspetti della natura del cavallo, con cenni di alimentazione, etologia, veterinaria, mascalcia, scuderizzazione, mantenimento. Alterniamo continuamente aspetti teorici ad attività pratiche. Ci tengo a precisare che imposto sempre tutto sulla relazione uomo-cavallo, sulla consocenza dell’animale a tutto tondo, al fine di promuovere il dialogo e il confronto per una vera crescita sia dal punto di vista professionale che umano. Accogliamo 15 allievi alla volta e ogni corso dura tre mesi.

Che cosa apprendono?

Di fatto apprendono un lavoro, ricordiamoci che l’Ordinamento Penitenziario recita: “nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi” (Legge 26 luglio 1975 n. 354 – art. 1 n.d.r). Gli allievi puliscono i cavalli e li accudiscono con la presenza di un agente, gli orari di lavoro sono 9-12 e 13-16 dal lunedì al sabato. Insegnamo la gestione del box, sempre impostando un dialogo corretto con il cavallo e promuovendo la capacità di interagire con l’animale. Si impara l’accudimento sotto ogni aspetto, arriviamo a insegnare fino a insellare il cavallo e il lavoro alla longia nel tondino. Non abbiamo un campo idoneo per montare, ma ogni tanto lo proponiamo, senza imboccatura, solo con la capezza, sempre nell’ottica dell’approccio non coercitivo con l’animale.

Quanti detenuti hanno seguito questo corso nel tempo? Con quali risultati?

Parliamo di 50 allievi all’anno, in 9 anni siamo quindi a circa 450 persone in totale. I risultati sono importanti, anche se non possiamo negare che le difficoltà ci sono e grosse. Si iscrivono in tanti all’inizio, poi c’è una selezione naturale e molto forte perché, questo va detto, spesso quando si scopre che c’è da fare fatica e lavorare duro ogni giorno, con la pioggia, con il freddo, con il caldo,  sempre… molti si tirano indietro. Chi riesce a resistere ottiene ottimi risultati, sia da un punto di vista di crescita personale che anche nell’ottica del reinserimento sociale. Anche se poi non trovano lavoro proprio nel nostro settore non importa: gli allievi hanno intanto appreso la responsabilità di occuparsi di un altro essere vivente, diverso da sé, fatto un percoso di riabilitazione e preso l’abitudine al lavoro e all’impegno quotidiano. È un grande traguardo, molto importante quando si affacciano alla realtà fuori dal carcere che è davvero dura, soprattutto con la crisi occupazionale che c’è.

Il corso è accessibile a tutti o occorrono requisiti particolari?

Sì a tutti, si richiede solo l’impegno quotidiano appunto, su quello non si discute e una condizione di salute che stabilisce la visita medica, ma niente di particolare. Qualunque detenuto può accedere al corso.

Hai fatto cenno alla struttura, cresciuta nel tempo, come è composta adesso e che cosa include?

Voglio precisare che ci troviamo dentro le mura del carcere, (come si vede dalle foto n.d.r) la struttura e i cavalli sono ben visibili a tutti, da ogni parte. Fortunatamente il carcere di Bollate ha diversi spazi e noi li utilizziamo al meglio in ogni modo. Pensa che intorno al campo di calcetto c’è una fascia verde e spesso si possono vedere i detenuti che giocano una partita e i cavalli liberi intorno. Attualmente disponiamo di 30 box, 10 capannine e possiamo avere fino a 40 cavalli autorizzati dalla ASL, in questo momento ne abbiamo 27. Abbiamo costruito i box in modo particolare, perché fossero più possibile aperti, di lato la separazione tra l’uno e l’altro arriva fino a un metro e trenta, mentre sul davanti c’è solo una catena, sono tutti dotati di finestra. Dico sempre in maniera provocatoria che i cavalli in carcere sono liberi, mentre tanti cavalli nei maneggi vivono in vere e proprie prigioni, senza possibilità di contatto con gli altri. Per un cavallo quella del contatto sociale è una privazione molto forte.

Ci sono altre case cirdondariali che hanno attuato un progetto di questo tipo nel nostro paese? Secondo te sarebbe possibile estenderlo ad altre realtà?

In Europa la nostra è l’unica realtà di questo tipo, come presenza costante intendo, 24 ore su 24. Io sono andato in tanti carceri come ospite, mi hanno contattato per spiegare il nostro progetto e l’ho fatto volentieri ma nessuno ha attivato di fatto qualcosa di paragonabile. A Verona l’anno scorso hanno iniziato un piccolo progetto, mi fa piacere e spero tanto che continui non mi fraintendere, ma è molto lontano da quello che facciamo noi, è impostato su un piano diverso.

Certo, hai parlato infatti della costruzione di un vero e proprio rapporto tra i detenuti e i cavalli, fatto di rispetto, intesa e conoscenza. Oltre a quello di “imparare un mestiere” quali sono i benefici di questo rapporto?

Attraverso l’approccio e la relazione con il cavallo si impara a capire che bisogna trovare un dialogo con un altro essere vivente, diverso da noi, occorre mettersi in discussione, trovare soluzioni che siano a favore dell’intesa e non solo per un aspetto di funzionalità. Importantissimo poi il percorso emotivo e psicologico che il contatto con i cavalli stimola. Abbiamo cavalli molto diversi fra loro, per età – dagli 0 anni fino a 30 –, stalloni, castroni, femmine. Ciascuno con il suo carattere, il suo passato, la sua personalità, occorre diversificare gli approcci, imparare a conoscerli. Poi diamo ai cavalli la possibilità di vivere in branco e anche questo è un aspetto importante quanto raro. Qui si impara l’interazione di gruppo, c’è l’occasione di osservare il comportamento sociale dei cavalli all’interno del branco, è un’occasione molto preziosa, dalla quale si può imparare tantissimo.

10628325 10152243096962127 2798934142185351259 n

Che cosa succede poi una volta terminato il corso?

Chi ha finito il corso se vuole può restare come volontario, in media sono una decina, più i corsisti. Un branco piuttosto numeroso e assai eterogeno costituito da equini e umani… tanti esseri viventi, diversi fra loro, che imparano a convivere e dialogare fra loro con un linguaggio comune: una realtà unica.

Parliamo adesso dei cavalli. Quanti sono? Qual è la loro provenienza?

Attualmente abbiamo 27 cavalli, dei quali 14 arrivano da sequestri, di vario tipo, non solo da “maltrattamento” in senso stretto. Due  per esempio erano molto denutriti quando sono arrivati qui, un altro aveva un piede marcio. Uno è arrivato dall’ippica e ha vissuto quindi una vita molto stressante. Altri sono stati donati da privati o a fine carriera. Non sono cavalli semplici, spesso attuano difese che occorre rispettare e imparare a conoscere. Occorre tempo, molta pazienza e calma, esercizio fondamentale specialmente per i soggetti più violenti, l’analogia dell’esperienza vissuta che scatta subito è molto forte e profonda.

Parlando di notizie fresche, e belle, so che c’è stato da poco un bel fiocco azzurro in scuderia…

Esatto, è nato il primo puledro in carcere! Lo abbiamo chiamato Adone, pensa che è nipote di Varenne perché la madre è una delle sue innumerevoli figlie… sarà la nostra mascotte, crescerà qui con noi. È stata una gioia, assistere alla nascita di una vita e all’accudimento attento della madre è stato bellissimo.

Perché hai scelto proprio loro, i cavalli?

Per la mia passione prima di tutto, ma anche e soprattutto per la loro incredibile capacità di riflettere continuamente chi siamo e le nostre emozioni; ogni momento è diverso dall’altro, lo scambio, il dialogo, la crescita è continua quando si ha a che fare con loro. È un’esperienza molto forte anche per me, ormai è la mia vita, dato che sono lì 8-9 ore al giorno.

Chi volesse sostenere il progetto che cosa può fare?

Bè bisogna considerare che il carcere mette a disposizone solo lo spazio, tutto il resto è a carico dell’associazione. Sicuramente abbiamo almeno due esigenze molto forti. L’alimentazione, sostanzialmente usiamo il fieno, al 90% diciamo, mangime ne diamo poco, solo nel periodo invernale. E poi abbiamo bisogno di attrezzature e cure mediche. Sul notro sito ci sono tutti i riferimenti per chi desidera fare una donazione, anche piccolissima, ogni contributo è importante e molto apprezzato.

A malincuore, perché sono tante le cose che vorrei ancora chiedergli, saluto Claudio, ma è senz’altro un arriverderci… per il momento non mi resta che ringraziarlo di cuore e fargli gli auguri di buon lavoro, da estendere a bipedi e quadrupedi del progetto “Cavalli in carcere”!

Per saperne di più, info e contatti:

www.cavallincarcere.it - telefono: (+39) 02 38201617 - Cellulare: (+39) 348 4423415
 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le foto sono tratte dal sito, si ringrazia per il permesso di riproduzione

Letto 3348 volte