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Zampa che ti passa! Sabato, 01 Febbraio 2014 14:51

Dead horse point: una leggenda dello Utah

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Dead horse point: una leggenda dello Utah - 5.0 out of 5 based on 4 reviews

Ho raccontato questa leggenda in più occasioni, perfino tra le pagine di un mio libro (Carosello in San Rossore) e la voglio proporre anche in questa rubrica; non sappiamo se le cose siano andate veramente così come mi è stato raccontato, ma se vi capita di trovarvi da quelle parti, fateci un salto, al Dead Horse Point: il vento che soffia incessante vi porterà all’orecchio il respiro di quei mustang selvaggi e le parole lontane di questa antica leggenda…

C’è un posto, poco più a nord della cittadina di Moab, nello Utah, che vale davvero la pena di visitare.

Si tratta di uno sperone da cui si gode una vista mozzafiato sui canyons del Colorado, che si snodano a perdita d’occhio per centinaia di chilometri. Il nome attrae subito la mia curiosità... DEAD HORSE POINT.

Si narra che in questa zona, compresa tra il parco degli Archi e Canyonlands, vivessero allo stato brado branchi di magnifici mustang. Liberi e selvaggi correvano tra il rosso delle rocce e il verde improvviso della vegetazione che, vincendo sete e sole, buca come un miraggio la sabbia indurita da secoli di vento, cristallizzata nelle forme più bizzarre. Non conoscevano l’uomo, né la schiavitù.

Alla fine dell’Ottocento arrivarono in questa terra i cowboys che, esplorando l’ovest, si trovarono davanti lo spettacolo incredibile di questa immensa vallata scolpita, dove il Colorado, che da lassù mostra le sue anse, in lontananza si unisce al Green River. Affacciandosi sui canyon scorsero i cavalli. Erano così belli che desiderarono subito catturarli, per domarli, o venderli. Ma non era impresa facile, vista la loro natura indomita e la diffidenza verso l’uomo, che non conoscevano. Dovevano trovare un modo, uno stratagemma, per chiuderli, e costringerli ad arrendersi.

C’è un lungo promontorio lì, una lingua di roccia a strapiombo sul fiume, che, come un enorme e sonnacchioso serpente, scorre duemila piedi più in basso. Una trappola senza via di uscita, l’ideale per lo scopo dei cow-boys. E fu così che riuscirono a spingere un gran numero di mustang verso il promontorio: era fatta, una volta “chiusi” i cavalli, sarebbe stato un gioco da ragazzi catturarli, spaventati dal baratro che, come un recinto naturale, girava tutto intorno.

Si dice però che i cavalli, stretti tra la morsa del vuoto e la mano dell’uomo, non vollero arrendersi, preferendo la morte alla schiavitù. Scelsero infatti di gettarsi nel canyon, sfidando la paura del vuoto insita nella loro natura partirono al galoppo, l’ultima corsa verso la libertà, verso la morte. Si gettarono tutti, uno dopo l’altro e i cow-boys non potettero far altro che restare a guardare, attoniti e  senza parole. Dead horse point: “il punto in cui morirono i cavalli”.

Pensavo alle loro criniere, quando, trovandomi in quel posto durante un viaggio negli Stati Uniti, quello stesso incessante vento spettinava anche i miei capelli. Vento che ha scavato, spostato e levigato ogni angolo di quella scultura perfetta, immensa, che non riesci ad abbracciare con un solo sguardo, devi partire da un lato e poi girare piano piano la testa, mentre il vento ti accompagna e racconta storie lontane, passate, forse inventate. Leggende. Ci puoi credere, come a un sogno, o a un ricordo che appare confuso eppure reale, vissuto, puoi cambiarle se vuoi, immaginarle con sfumature diverse, che importa. L’importante è che restino, le leggende, che si raccontino ancora e poi di nuovo, accarezzando la fantasia di chi le raccoglie.

C’è chi dice però che non morirono così i cavalli. Il Colorado percorre 1.400 miglia, fino alla California, porta fin laggiù le sue acque dense di fango, e ha scavato, scavato, eroso e lisciato le pareti delle rocce che adesso appaiono come strati appartenenti a mondi diversi. Si perde la nozione del tempo, cercando di seguire le anse del fiume e di scorgere dove vanno a finire, cercando i segni dei secoli scolpiti: sagome di uomini, uccelli, animali, che paiono quasi prendere vita, nel silenzio rotto solo dal fischio sottile del vento. Torniamo ai cavalli: si dice che erano talmente belli che i cow-boys giunti lì volevano prenderli, e ce la fecero. Li spinsero sulla cima del promontorio, e riuscirono a tirare su un recinto fatto di corde, per trattenerli. Scelsero i migliori, e se li portarono via. Gli altri restarono lì, sul promontorio, lasciarono il recinto aperto perché tornassero in libertà. Non si sa perché, ma i mustang non se ne andarono, pur potendo fuggire e far ritorno alla loro valle, non si mossero.

Duemila piedi sopra il Colorado, che non potevano scorgere da lassù, si lasciarono morire di fame e di sete, tutti quanti. È andata così, pare. Perché non fuggirono via, tornando alla loro vita, a correre, bere e mangiare, nessuno se lo sa spiegare.

Adesso c’è il deserto, solo qualche animale notturno sopravvive in questa terra assetata, e le piante si accontentano di poca acqua e tanta roccia. Dead horse point: “il punto in cui morirono i cavalli”, solo questo conta, come e perché, forse il Colorado, duemila piedi più in basso, potrebbe raccontarlo con certezza. Potrebbe, ma duemila piedi sono tanti, e la sua voce si perde, tra il sibilo del vento e il rumore dei turisti che arrivano qui per affacciarsi su una delle terrazze più belle e suggestive del mondo. Forse varrebbe la pena scendere giù per chiederglielo, chissà se si incontrerebbe ancora qualche mustang selvaggio, là sotto, che abbia tra i suoi antenati proprio uno di quei cavalli che morirono misteriosamente sul promontorio, un paio di secoli fa… ma è ora di andare, la prossima tappa ci aspetta, e ritornando alla macchina al rumore del vento si sostituisce lo sbattere degli sportelli, qualche grida. Girando la chiave saluto il “Dead Horse Point”, non senza un pizzico di malinconia… 

NOTA

Il Dead Horse Point State Park è un piccolo parco che spicca fra le perle di Canyonlands. È facilmente raggiungibile dalla città di Moab (circa 30-40 minuti), nello Utah. Percorrendo la 191 in direzione North, dopo circa 10 miglia si svolta a sinistra sulla SR 313. È un parco “statale” e non nazionale, quindi l’ingresso non è compreso nella tessera “golden” che include l’ingresso in tutti i parchi nazionali. Il costo è di 10 dollari. Una curiosità: anche se si tratta di una località certamente meno nota di Canyonlands ed Arches, questo promontorio è famoso perché vi è stata girata l’indimenticabile scena finale. del film Thelma e Louise. Il momento più suggestivo per visitarlo è, ovviamnete, il tramonto. Una curiosità anche relativa alla razza mustang, il cui nome deriva dallo spagnolo mesteño (o mestengo, come si dice in Messico), che significa appunto “non domato”: questi cavalli, fieri e selvaggi, discendono infatti da esemplari spagnoli importati in Messico nel 1500. Dal 1900 a oggi la popolazione dei cavalli bradi si è ridotta drasticamente: da un milione a un numero compreso fra i i 40.000 e i 100.000. Attualmente, i mustang sono protetti negli USA nelle aree demaniali. È vietato abbatterli o avvelenarli, e le pene per le violazioni sono molto severe.

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