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Necessità movimento

Lunedì, 23 Novembre 2015 15:56

Il problema dello stretching

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Ho un grande problema. Lo stretching. A causa sua e dei suoi benefici effetti sulle fasce muscolari, non avverto più la stanchezza quando vado a correre; ciò comporta il fatto che le mie gambe continuino a percorrere chilometri su chilometri mentre le lancette girano nel quadrante per un numero infinito di volte, mentre il tempo scorre inesorabile, mentre le mie articolazioni si macinano tra cric e crac di cui non sento neanche il rumore. Cigolano la rotula, il menisco, le caviglie; strofinano le anche sul bacino. E lo spessore sotto le scarpe si consuma come se fossi un maratoneta. La correlazione tra gli allungamenti muscolari e la diminuzione della stanchezza è insindacabile, mi sono informata. Il consiglio del mio illustrissimo amico e professionista del settore -uno di quelli che preferisce dare nuova vita ai corpi maltrattati e malaticci piuttosto che occuparsi di “limarne le linee” per mostrarsi fighi e tonici in estate- è quello di fermarmi dieci giorni e riprendere lentamente. Lo so che hai ragione, Peppe, ma la mia mente rifiuta anche solo l’ipotesi di questa panacea per le articolazioni. Io, stare ferma 10 giorni? Non esiste! Lo so che potrei avere delle conseguenze terribili da questa droga che è la corsa; so che potrei farmi male sul serio ed essere costretta ad un riposo forzato per mesi e so che sarebbe quella la vera catastrofe. In attesa di cedere ai consigli di chi desidera solo il mio bene (ti voglio a sopportarmi se dovessi stare ferma così tanto tempo!) stamattina, col sole in fronte e temperature da mare, me ne sono andata un po’ in giro per il territorio: Statella, Ciaramella, Rustica, attraversamento fiume, Feudo, Mischi, Berlinghieri, Statella.

Adesso vi racconto una storia lunga due ore. E qui ci starebbe la faccina che schiaccia l’occhio.

Purtroppo la mia corsa si è arrestata al decimo minuto circa, quando le mie orecchie sono state distratte da una sorta di vagito: divincolandomi nella mia miopia di donna che si muove senza occhiali né lenti a contatto, facendomi guidare dal senso che mi funziona meglio, mi sono diretta verso il lato destro della strada, in una piccola insenatura dove c’era poggiata una cassetta della frutta: non una mela, non una pera. Avvolti in una felpa nera, senza possibilità di respiro, c’erano 8 cuccioli di cane. 8 piccoli batuffoli con gli occhi chiusi. 8 corpicini caldi abbandonati. Da gente vigliacca e miserabile come me e la macchina che si è fermata a guardare. E ce ne siamo scappate, io e la macchina, di corsa a gambe levate e ruote che sgommano.

Veloce sfrecciando tra l’asfalto, sono scesa al fiume Alcantara, ho attraversato il ponte fragoroso e mi sono fiondata in quella pianura argillosa che è Rustica, tra peri e cavoli, tra vacche ed eucalipti. Ho fatto un primo tentativo di scavalcare il cancello che mi avrebbe trasportata al di là del fiume e risparmiato di tornare indietro, alla cassetta di frutta, ma un cane e l’acqua mi hanno fatto deviare. Io, però, non avevo alcuna voglia di sentirmi di nuovo colpevole e vigliacca e allora, dopo un altro giro tra gli ulivi e le case vecchie, ho scavalcato il cancello, urlato al cane e -privatami di scarpe e calze- guadato l’Alcantara che non era affatto gelido, stranamente. Riappropriatami delle calzature ho ripreso la strada di Feudo di sotto, sono passata tra gli orti di Mischi facendomi tramortire dall’odore dei pioppi, con l’obiettivo di fermarmi tra Feudo di sopra e Berlinghieri. Lì -avevo stabilito- mi sarei fermata per affrontare l’asfalto fino a casa, camminando. E l’ho fatto sul serio. Giuro.

Domani mi riposo. Dopodomani non ne sono sicura ma certamente devo abbandonare quest’ossessione malata che ho per la corsa e farla nuovamente tornare un’attività benefica. Per il corpo e per la mente.

Io mi alleno troppo da atleta professionista. Mi pagassero…

Marzia Scala

 

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