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Necessità movimento

Giovedì, 01 Ottobre 2015 00:15

Guerra a Leuca

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Sarà che mi mancavano troppo i gradini o, forse, volevo aggiungere quest’impresa al mio palmare o, magari, non volevo rimangiarmi la parola, anche se quel tizio non l’avrei mai più rivisto. Certo, nel mio grandissimo orgoglio speravo d’incontrarlo e urlargli che sì, c’ero andata alla cascata e sì, avevo salito tutti quei gradini. Più volte, ovviamente.

Sono stata in Salento quest’estate, in un caldo settembre che ci ha dato solo tre giorni di sole altrimenti, se Mr Weather fosse stato benevolo, saremmo rimasti più a lungo. Avendo deciso di partire in macchina, ho pensato che un paio di scarpe in più non avrebbero creato problemi e, così, tra tacchi e ciabatte, ci ho infilato le mie inseparabili Nike Pegasus nella valigia. La mia estate non mi ha concesso di praticare una regolare attività fisica giornaliera, dunque ne avrei approfittato durante la vacanza. Perché -direte- questa folle vuole correre anche in vacanza quando dovrebbe starsene comodamente sotto il sole ad oziare, quando l’unico movimento che dovrebbe fare è quello di girarsi sul lettino e impanarsi di sole come una cotoletta? Allora, io rispondo per la milionesima volta che -salvo cause di forza maggiore dettatemi dal mio corpo stesso, in evidente astinenza da riposo-: “IO DETESTO STARE FERMA!”

 Io devo nuotare a lungo, scandagliare tutti gli angoli del mare, cercare sirene e tritoni, disturbare i pesci; devo passeggiare a lungo sulla sabbia del bagnasciuga e rubarle le conchiglie arenate; devo farmi massaggiare dall’acqua salata correndo dentro di lei. E se ci sono scogli mi devo tuffare. Arrampicarmi e tuffarmi continuamente. Io nell’acqua sono come una bimba. Io devo fare i castelli di sabbia, le capriole e la verticale.

Tuttavia, pur consapevole di quanto l’attività fisica in acqua sia più efficace e meno deleteria per le articolazioni di quella a terra, non riesco a smettere di pensare che voglio e necessito di andare a correre.

Leuca è il tacco dello stivale d’Italia, lì dove le correnti dello Ionio e dell’Adriatico s’incrociano e si abbracciano tra scogli da un lato e sabbia dall’altro. Leuca è una frazione di Castrignano del Capo in cui pullulano ville di un certo prestigio e un’apprezzabile architettura. A Leuca si può godere di una cucina basata su prodotti freschissimi: a Leuca il pesce profuma di mare. Girando sul trenino, ho scoperto -dal racconto della guida- che a Leuca, Mussolini fece costruire un acquedotto e una cascata. Ora, non conosco dettagli ingegneristici, urbani ed idrici, dunque vi conviene -per saperne di più- andare a cercare informazioni tecniche altrove; ciò che importa, quello che ha fatto accendere un luce irresistibile nella mia testa, è che questa cascata è racchiusa tra due scalinate. Le scalinate non sono uguali e ne sconosco il motivo ma quel che è rilevante è che si tratta di 194 gradini da un lato e 197 dall’altro (mi pare). I conti li ho fatti mentre correvo, la mattina della partenza da Leuca, in cui avevo programmato quest’escursione alle 7 di mattina, affinché il programma della giornata non subisse variazioni. Vi dirò che faceva freschino mentre correvo sulla passerella legnosa del porto ma man mano la temperatura del mio corpo è salita, fino ad acclimatarsi, per subire immediatamente dopo uno shock quando, di fronte alla scalinata, ho dovuto fermarmi. Bianca, fascinosa, imperturbabile. Sfidabile. Così mi sono riempita i polmoni d’aria e ho iniziato a salire. Me la sono spolpata viva quell’opera maestosa ma, per godermela completamente, per poter dire di averla sconfitta, ho ritenuto strategico affrontarla anche dall’altro lato: sali da destra e scendi da sinistra, poi monti à la gauche e verticalizzi à la droite. Ok, l’attacco è stato sferrato e questa prima battaglia l’ho vinta ma la scala esiste da quasi un secolo, ha una lunga storia ed esperienza alle spalle e certo non si arrenderà facilmente alle mie gambe. Ci vuole un altro scontro, uno più incisivo: rifaccio tutto una seconda volta. Ecco, è quasi vinta ma esala ancora aria di arroganza, non vuole cedere. E per la terza ed ultima volta le mie gambe s’infervoriscono di una furia ceca, salgono e scendono, saltano e scalano, si divincolano tra stanchezza e scivolate e la sconfiggono.

Abbattuta!

E la lasciamo lì, mentre corriamo vittoriose incontro al sole di un Apollo divertito.

 

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