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Necessità movimento

Lunedì, 11 Maggio 2015 01:52

Un martedì correndo sull’Etna

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Che dire? Un pochino abbiamo corso!

In previsione dell’Etna trail, la gara di corsa del 25 luglio che si disputerà sull’Etna, un tantino ci dobbiamo allenare, sia per la durata che per l’altitudine. Io i percorsi li scelgo sempre all’ultimo momento e quella sventurata della mia compagna -Micaela ormai la conoscete! - è sempre ignara della sua sorte. Ieri si è presentata per un bel giro certamente, ma non immaginava che le avrebbero fatto comodo i pantaloncini e che non avrebbe potuto utilizzare la sua giornata libera per sbrigare commissioni. Io non obbligo nessuno. Propongo in maniera autorevole a chi so che ama la sfida e vuole competere ogni giorno coi propri limiti. E Mica si accolla di tutto, per mia fortuna.

Fa molto caldo e io sono già in tenuta ginnico-estiva. Ci facciamo lasciare all’ingresso del Pirao, lì dove le macchine non possono varcare la soglia, lì dove inizia un mondo nuovo e sfaccettato, dove sarebbe bello perdersi e non esser ritrovate per qualche giorno. I telefoni ce li siamo portati, tranquilli. E devo ammettere che la linea è discreta un po’ dappertutto; mezzo litro d’acqua è meglio averlo ché, invece, non ne trovi una goccia, neanche a pagarla. E poi a chi dovresti pagarla? Non c’è mica qualcuno! Anche un pacco di fazzoletti e due vaschette di miele nel marsupio e si può partire. Le lentine le ho messe: perdermi quella mostra cangiante allestita da Madre Natura sarebbe davvero da sciocca.

Dunque, le case Pirao ce le lasciamo dietro e c’incamminiamo con il nostro ritmo costante verso le pinete e i faggi, su tappeti di sterrato rosso-nero (non sono milanista), trenini di processionaria, fruscii di serpi e temperature fresche; dopo i resti della colata del 1981, quella -per intenderci- che minacciò Randazzo per arrestarsi il giorno del Santo Patrono (l’intervento di San Giuseppe fu di un tempismo perfetto), il 19 marzo, ci troviamo davanti tre esemplari di vacche brune che si mettono a correre: basta, ora vi superiamo!

E ce ne andiamo tra fiumi di lava, con l’Etna bianca a sinistra e la cartolina di Randazzo a destra; una preghiera alla statua della Madonnina e ci fiondiamo dentro un altro quadro dipinto dal Manet che ci regala sensazioni voluttuose, profumi indescrivibili di rara intensità. Il vecchio rudere di Monte Spagnolo pare lo stiano ristrutturando e anche se è un’impresa ambita ed esaltante il nostro passaggio non resta inosservato, come spesso accade quando due femmine sole sgambettano per il Parco dell’Etna.

Stop davanti a un bivio: vacche sdraiate sotto la pineta e un solo cartello che indica dove si arriva svoltando a destra. E continuando dritto? Ci ispira la possibilità di curiosare dentro la Grotta di Burrò e decidiamo che una deviazione vale la pena. Scendiamo in picchiata ma, forse, la discesa si sta facendo troppo lunga: una telefonata ci salva dall’irreparabile. Così risaliamo reimmettendoci sul cammino che –io so- porta al rifugio Nave; e corriamo veloci prima di una discesa infinita che fatta al contrario sarebbe una fatica; i suinetti neri che popolano questi boschi, quelli che ogni tanto sorprendono la vista, non si fanno vedere ma ci accorgiamo, purtroppo, di quanta segnaletica manchi e dell’assenza umana. Troviamo qualcuno solo alla fine dell’area attrezzata, giusto all’uscita. Un altro km e …l’asfalto. Asfalto infuocato delle 10 a.m. , completamente sotto il sole che arrugginisce la testa e sfrigola nelle ginocchia. Asfalto che non finisce mai, che continua in salita mentre la bocca si asciuga, la saliva scompare, l’acqua finisce. E poi…il miraggio o il segnale di vicinanza alla meta? Le Case Scuderi le riconosco e da lì non ci vuole molto per i pozzi di Santa Caterina, per l’abbeveratura che ci darà un po’ di sollievo. E, finalmente, in lontananza una vettura che ci viene incontro: dopo 2h e 20 ce lo meritiamo un passaggio, o no?!

 

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