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Necessità movimento

Giovedì, 16 Gennaio 2014 18:23

Il ritorno della battagliera

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Credo di non avervi mai spiegato esattamente, nello specifico mentale e fisico, cosa significhi davvero per me muovermi, lasciare che il corpo se ne vada contro il vento, sposti l’aria, sollevi granelli di terra, si accechi di sole, si schiaffeggi di pioggia, rincorra un’ombra. No, non sono stata proprio chiara!

Alla luce (che in realtà è stato buio abbagliante) di ciò che mi è accaduto a ridosso di quelle feste che-diciamocelo- per questioni di salute andrebbero ridimensionate (certo, non solo per quelle!), il reticolo di motivazioni intricate e subdole che mi ha aggrovigliato l’anima, la lista base dei perché muovermi sia la mia necessità si è rivelato. La psicologia c’insegna che solo quando ammettiamo a noi stessi quel che ci sconvolge dentro possiamo esattamente renderci conto del problema e del come affrontarlo.

Bene, a causa dell’incomparabile libido che mi attraversa ogni volta che la mia sessione ginnica s’infittisce e si allunga, per colpa di quell’insaziabile vocina che stride in una camera del mio cervello circondata da endorfine malefiche, quella che mi pizzica e mi spinge come un automa a sfidarmi e a fare, e a continuare imperterrita, a disidratarmi completamente, a sfinirmi, per colpa loro –ebbene sì- mi sono infortunata. Giorni neri si sono susseguiti in un lentissimo e apatico riabilitarmi di cui non intravedevo nemmeno quel puntolino nell’universo che brilla di stelle appuntite, lontane anni luce; la depressione si stava impadronendo della mia anima grigia che tendeva a mutare in nero mosso; le visioni deformate del mio corpo davanti allo specchio si moltiplicavano nella mia mente oscurata: in pochi giorni mi sarei trasformata in un mostro grasso, pieno di cellulite, rotoli da tutti i lati, doppio mento, giro vita da toro e via di seguito; non ce l’avrei fatta mai più a riprendermi da quello stato di squallore e abbandono in cui non ero più abituata a versare. Naturalmente non vi racconto della stanchezza della mia famiglia, del mio fidanzato e di chiunque mi guardasse in faccia o sentisse le mie lamentele: insopportabile!

Non ho più scritto –lo so, avrei potuto approfittarne!- impegnata com’ero a riavvolgermi tra le coperte del divano davanti a uno schermo che proiettava le immagini di MasterChef, quelle stesse che solevo osservare con passione mentre pedalavo sulla mia cyclette; mi sedevo (sempre seduta, che pena!) davanti al pc per trovare esercizi che non infierissero sul mio sfortunatissimo fascio tendineo e finivo per visionare le estenuanti, infinite riabilitazioni della rottura di tendini vari………………..distrutta! Combattevo con quella diabolica vocina che mi martellava per convincermi a cedere al suo richiamo mentre mi costringevo ad ubriacarmi delle raccomandazioni del mio medico che non faceva altro che imbottirmi di no questo, no quello e no l’altro. Io, però, per sicurezza, mi sono rimpinzata di Dicloreum (150, è ovvio!) mattina e sera, nonostante nel foglietto illustrativo lo sconsiglino, per 6 giorni, ecco! Spalmavo Artrosilene come una forsennata, rischiando di assottigliare la ruvida pelle del mio povero, sfortunatissimo piede toccando ogni momento il punto che doleva, sperando non mi facesse più male ma…niente! Allora, presa da uno sconforto assoluto, ho iniziato ad ascoltare musica, quella che di rado mi distrae in lunghi viaggi in macchina e che quasi sempre non mi fa nemmeno compagnia. La mia riluttanza, il mio disinteresse per il pentagramma si sono rivelati come preconizzato: drammatici! Tristezza su tristezza, anche ascoltando pezzi immortali di cui io stessa mi sono riempita in molti momenti della mia vita; né la carica di Freddie Mercury, l’energia di Vasco, l’esplosione di Skin sono riusciti a darmi sollievo.

Finché, dopo tre giorni senza antinfiammatori, tastando il campo del nemico mi sono accorta che qualcosa stava cambiando: di corsa pesi, torsioni e passeggiate sotto il sole caldo di un insolito gennaio, pedalate rinvigorenti e…la prima agognata corsetta. Non avevo più dolore, finalmente!

Umore dal nero al verde e poi arancio, e giallo, e rosso, e blu. Il blu elegante della serenità e dello stile di un corpo che aveva ricominciato a funzionare, il blu della limpidezza dei pensieri, dei giochi della mente, del profondo del mare. Così, oggi, per la prima volta ho ricominciato a scrivere, più spietata che mai.

Quindi, questo turbine di parole intrise di gioia non val la pena che attenda oltre: che la nuova lotta abbia inizio a suon di calci che godono enormemente.

 

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