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Una gita a...

Domenica, 18 Gennaio 2015 23:47

Cronache Montane

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"Allora appuntamento a casa mia alle 11,00, mi raccomando puntuali". Il primo a presentarsi è Francesco, alle 11,25, inspiegabilmente in compagnia di Irene, che quest'anno ha deciso di non seguirci a Folgaria, ma che essendo rimasta nel gruppo-vacanza su wozzup si presenta comunque all'appuntamento. Poco dopo arriva anche Cristina e così riusciamo a metterci in macchina nei limiti dei miei 45 minuti di ritardo d'ordinanza e del tempo necessario a caricare i bagagli, fra cui spicca un valigione del Demi grosso abbastanza da contenere la salma di Tutankhamen con sarcofago e tutto. Facciamo poca strada, però, perché è subito tempo per la prima sosta: spesa al supermarket per la cena di Capodanno. Ci riuniamo a concistoro e deliberiamo un pasto gustoso ma frugale, che non ci appesantisca e ci consenta, il giorno dopo, di presentarci sulle piste a un orario decente. Quando usciamo il carrello è pieno come Ikea la domenica pomeriggio e in cima alle buste fanno bella mostra di sé il cotechino e lo stinco di maiale che abbiamo scelto come piatti forti della nostra cena salutista. Quando si riparte sono le 12,30. La Cristaudo ha bisogno d'arrivare a destinazione prima che chiudano i negozi e così guida sull'autostrada a velocità forsennata e senza fare soste. Ad un certo punto le dico "tutor" e lei mi risponde: "Cepu", pensando si tratti di quel giochino delle associazioni mentali. Arriviamo a Folgaria in 3 ore e mezzo, affamati come lupi e con le vesciche grosse come palloni da basket. Oltretutto fa un freddo boia: si apre casa e da dentro escono fuori due pinguini e uno yak, piuttosto irritati. Il Demi carica la stufa con spreco di legna da ecoterrorista e quindi ci dirigiamo in paese. Il termometro segna -7*, perciò diamo appena il tempo a Cristina di comprarsi una tuta da sci prima di fiondarci sul vin brulè con furia da tossici. Quando rientriamo a casa la Cristaudo inizia l'allestimento cena, mentre io e il Demi facciamo un censimento alcolico: siamo in tre e Cristina è pressoché astemia. Abbiamo portato 9 bottiglie di vino. "Che dici, basterà?", fa lui, dubbioso. Iniziamo a mangiare, ma basta poco per rendersi conto che con la roba che abbiamo preparato ci si potrebbe bastare per 15 giorni. Dopo aver finito il secondo, stinco e cotechino accompagnati da una quantità di lenticchie sufficiente da sola a risolvere il problema denutrizione nella Repubblica Centrafricana, la Cristaudo stramazza sul divano come un cinghiale abbattuto a fucilate. La risveglio io un quarto d'ora dopo, porgendole una fettona di Panettone Mandorlato e urlandole "Mangia! Mangia!" con gli occhi iniettati di sangue e il ghigno crudele di Paolo Bonacelli in "Salò" di Pasolini. Il clima però è più da Grande Bouffe e infatti poco dopo, all'alba della terza bottiglia, sono io che, dopo aver erroneamente pisciato nel bidet, svengo sul divano come Michel Piccoli in preda ai crampi intestinali.

Quando Cristina e Francesco mi rianimano mancano ormai dieci minuti a mezzanotte. Ci imbacucchiamo come alpini, impugniamo una boccia di spumante dolce e ci dirigiamo verso la piazza del paese. La salita che dobbiamo percorrere per arrivarci non è lunga più di trecento metri, ma nelle condizioni in cui siamo ci sembra un tappone dolomitico del giro. A metà a me sembra di veder anche la stele dedicata a Fausto Coppi, ma il Demi mi spiega che è solo il boiler di una caldaia. Fatto sta che quando scocca l'ultimo secondo del 2014 noi siamo ancora sotto il breve tunnel che sfocia sulla strada principale, quindi falliamo l'appuntamento con lo stappo collettivo. Questo non ci trattiene dal seccare comunque la boccia che ci siamo portati al seguito e così per l'ora successiva ci ritroviamo a ballare tutti e tre intorno al grande fuoco acceso sulla piazza e tenuto vivo da un indigeno che deve avere sacrificato il capanno degli attrezzi per la collettività, perché fa su e giù con gigantesche travi di legno impiallacciate. Il Dj, invece, dev'essere un coetaneo mio e del Demi perché passa pezzi che erano già fuori moda alla fine dell' 85. Quando tocca a "la bamba" sono le due del mattino e l'agitazione di stomaco ci suggerisce che, forse, è meglio rientrare.

Come ho detto, uno dei buoni propositi per il nuovo anno era quello di svegliarsi a un orario decente in modo da essere sulle piste fin dalla mattinata, quando i nottambuli di capodanno versano ancora in stato comatoso. "Non dico di alzarsi alle sette, ma una sveglia verso la 9,30 io la metterei", avevo infatti proclamato con voce stentorea a inizio cena. Il primo a alzarsi è quindi Francesco, venti a mezzogiorno. Lo seguiamo a stretto giro io e Cristina, con l'aria di due sopravvissuti alla deportazione. A me dicono che la notte prima avrei anche ballato, cosa che, sulle note di "Carrie" degli Europe, non facevo da una festa delle medie dell' 85, ma io questa cosa non me la ricordo. Aggiungono anche che ci sarebbero foto e filmati in grado di dimostrarlo, e allora io sono costretto a ricordare ai due il significato dell'espressione "lupara bianca". Ad ogni modo dopo circa un'ora siamo pronti per uscire di casa e andare allo "Ski Lab", dove Francesco e Cristina devo noleggiare l'attrezzatura da sci e io recuperare i miei Atomic lasciati la sera prima a sciolinare. Avevamo anche chiesto a che ora avrebbero aperto, per non perdere troppo tempo prima d'iniziare le discese. "Alle otto" era stata la risposta. Ma anche il tipo del negozio deve probabilmente smaltire i postumi della sera prima perché bastano due sbattimenti di ciglia e sbaglia clamorosamente il conto di Cristina, chiedendole per sci, casco e maschera, quaranta euro meno del dovuto. Il Demi cerca d'approfittarne e chiede se sugli occhiali prezzati 25 euro si può avere un po' di sconto. Il tipo gli risponde: "no, quelli costano 30". Rimontiamo in macchina, ma io mi accorgo d'aver lasciato gli scarponi a casa e quindi siamo costretti a tornare indietro. Quando arriviamo finalmente sulle piste sono le 13,35. "Si può avere un serale anziché il pomeridiano?", domandiamo alla gioviale signorina alla cassa per fare gli spiritosi. Lei non alza nemmeno lo sguardo e risponde "fanno 108 euro", condito da un curioso intercalare in lingua ladina che suona stranamente simile al nostro "coglioni". In ogni caso il primo giorno di sci trascorre bene, a parte che la Cristaudo, con la memoria ferma al polso fratturato dello scorso anno, scia con la prudenza di un cieco sulle strisce e tenta di abbattere a colpi di bastoncino chiunque le passi a meno di un metro e mezzo di distanza, anche se in coda per la seggiovia. Rientriamo a casa quando il sole è già calato; un po' di relax: Cristina e Francesco fingono di studiare, io di scrivere cose intelligenti, quindi ci muoviamo per la serata-pizza. Sagacemente non abbiamo prenotato da nessuna parte, quindi vaghiamo come esuli da un posto all'altro, alla ricerca di un tavolo e di un po' di caldo. Quando arriviamo finalmente al ristorante-pizzeria "le Ginestre" siamo famelici e ibernati. "Se mi dice che non c'è posto le addento un avambraccio", fa il Demi avvicinandosi alla maîtresse al banco. Invece il posto c'è, solo che è accanto a una tavolata di minus habens che ha lasciato a briglia sciolta la loro insopportabile mandria di bambini. Ce ne sono tre che gridano e si rincorrono fra i tavoli del ristorante. Hanno ricoperto tutto il pavimento del locale di stelle filanti e intralciano continuamente il passaggio delle cameriere, che ogni quattro passi rischiano di far vola' per aria intere vassoiate di polenta taragna. Ce n'è una bolzanina che, nel silenzio dei genitori-dementi, fissa con un largo sorriso il più grande dei bambini e gli mormora in tedesco "Enslosung", soluzione finale. Per nostra fortuna le bestiole se ne vanno presto, così ci possiamo godere appieno la nostra bruschetta, talmente ripassata d'aglio che quando chiedo a Cristina "mi passi il sale?", lei sviene. Anche la pizza non è un granché, ma il Demi è rapito dalla cameriera e fa ordinazioni a ripetizione. Lei gli sorride. Lui inizia a sperare. Lei gli dice "Enslosung". Tornati a casa dopo 3 km di passeggiata a -3* scopriamo che la stufa s'è spenta durante la nostra assenza e nelle camere si sono formate delle stalagmiti. Io rischio una congestione nel mettermi la maglia del pigiama, poi ci stoniamo di cioccolato bianco alle mandorle e avvolti nei piumoni come fettine impanate sveniamo nei letti.

Il problema è che proprio non riusciamo a arrivare sulle piste prima delle 11,30. Un po' perché quando suona la sveglia fingiamo tutti quanti di essere degli audiolesi, un po' per il boicottaggio della Cristaudo, che pur di farci arrivare tardi e ridurre al minimo la permanenza sugli sci si muove con la rapidità d'un bradipo monco. Con il passare delle discese, però, anche lei si rilassa e inizia a divertirsi, specie dopo la sosta al rifugio, dove le facciamo scoprire i 30 gradi alcolici del "bombardino", letale bevanda a base di panna, zabajone caldo e rum, che su lei, astemia, fa l'effetto della "bomba" per Fantozzi alla coppa Kobram di ciclismo. Quando ripartiamo, infatti, attacca le curve come la Compagnoni a Lillehammer nel '94. Peccato che quello che lei scambia per una porta sia un bambino di cinque anni con una giacca a vento rossa, che solo per miracolo non va giù come un paletto dello slalom. Speriamo di rivedere questa e altre fantastiche scene - tipo una mia serpentina fra le arenarie in un tratto di pista particolarmente scoperto - nelle riprese della telecamerina montata sul caso del Demi, ma quando, appena rientrati, ci assiepiamo davanti ai 7 pollici del suo portatile per vedere il filmato scopriamo che si vede solo e ininterrottamente la punta dei suoi sci e la sua ombra proiettata davanti. Dopo 4 minuti Cristina s'addormenta. Dopo 8 fa le bolle di moccio dal naso. Io reggo altri venti minuti, in cui registro un solo cambio di inquadratura (seggiovia), poi lo insulto e vado a far la doccia, mentre lui, in lacrime, borbotta qualcosa a proposito del montaggio analogico e tenta di convincermi che anche riprendere un larice per sedici minuti può essere considerata arte. È la cena casalinga a pacificare gli animi. La Cristaudo ha l'intuizione di grigliare all'aperto i wurstel e la luganega, e così è il terrazzo del vicino del piano di sotto a essere inondato da colate di grasso animale anziché la nostra cucina, mentre il Demi, punto nell'orgoglio dalla debacle della sera prima, quando il fuoco s'era spento in un battito di ciglia, ha sigillato tutte le finestre e caricato la stufa talmente tanto di legna che adesso tira come un altoforno dell'Italsider. Dopo circa due ore la temperatura interna s'aggira sui 39 gradi e le esalazioni di monossido di carbonio, unite all'abbuffata suina, ci inducono alla resa. Io cappotto sul divano, Francesco invece appassisce lentamente sulla panca di legno che circonda il tavolo, assecondandone con il corpo l'angolo a 90* e aggrovigliandosi infine in un'innaturale posizione da contorsionista bulgara. Ci riprendiamo solo mezz'ora più tardi, quando la Cristaudo, in un ultimo barlume di lucidità, apre uno spiraglio di finestra, dando accesso a qualche molecola d'ossigeno. Il Demi, incapace di recuperare la posizione eretta, si muove come Di Caprio stonato di Qualuud scaduto e raggiunge la sua camera strisciando.

Il giorno dopo troviamo le piste invase di gente. Code agli impianti, risse alle biglietterie, assalto ai rifugi nemmeno fossero i forni manzoniani. C'è tutto il repertorio dello sciatore italico del fine settimana. Cerchiamo di sopravvivere scegliendo le piste meno battute, ma non c'è comunque modo di sottrarsi a due categorie: quella degli odiosi snowbordisti, e quella dei padri convinti che il loro pargoletto sia il nuovo Tomba. Per i primi sarebbe sufficiente recintare lo snow park a loro riservato con un alto cancello, magari elettrificato, individuato dalla scritta "il lavoro rende liberi"; per gli altri, invece, non basterebbe una mitragliatrice. Con un accanimento da omicidi seriali conducono i figlioli su piste del tutto inadatte alle loro capacità e fra urlacci e minacce li costringono a venir giù disperati e rotolanti, per il solo gusto di raccontare, due giorni dopo alla bocciofila, che "Matteino quest'anno ha fatto anche la nera di Folgaria"; poco importa che lo sventurato sia ormai così traumatizzato da scoppiare in lacrime alla sola vista d'uno ski-pass per il resto della sua vita. Alla quindicesima scena del genere la Cristaudo si commuove quasi, ma poi al rifugio prende di nuovo il bombardino e da lì in poi ogni volta che i bimbi cascano si schianta dalle risate, e se non vanno giù da soli li spinge lei.

Ma la vera, grande e cocente delusione arriva in serata, quando, affamati e carichi d'aspettative, arriviamo "da Giorgio", ristorante in cui, negli anni passati, c'eravamo goduti grandi abbuffate di canederli, strangolapreti e goulash con polenta. Con sgomento ci rendiamo conto, infatti, che è cambiata gestione e adesso il locale versa in un anarchismo confusionario in grado di ridefinire il concetto di caos. Nonostante la prenotazione ci fanno attendere per oltre dieci minuti prima di condurci al tavolo e una volta lì ne passano altrettanti prima che qualcuno si degni di portarci un menù. I camerieri vagano per la sala con l'aria smarrita di un barboncino lasciato sulla Fi-Pi-Li. Ce n'è uno che ha nello sguardo la fissità tipica di Lerch della Famiglia Addams e si sposta da un tavolo all'altro senza fare assolutamente niente, come una pallina del flipper che rimbalza sulle sponde. Un'altra, invece, è una signora bionda sui 55-60 che trema come una foglia colpita da Parkinson. Quando tenta di portare un cestino di pane a alcuni commensali imbestialiti ha un sussulto da slittamento della faglia di sant'andrea e le fette si disperdono in forma d'arabesco sulla moquette.

Pensiamo seriamente d'essere vittime di una candid camera, quand'ecco che arriva finalmente una tizia a prendere le ordinazioni. O meglio, sembra stia per farlo, perché d'un tratto si ferma e fa: "no, scusate, vado prima all'altro tavolo, dove ci sono dei bambini". Il Demi mi ferma un attimo prima che le pianti il coltello da bistecca fra le scapole. Quando finalmente i piatti arrivano in tavola ci rendiamo conto che non è soltanto il personale di sala che lascia a desiderare. Nelle mie tagliatelle alla lepre il sugo sta talmente per conto suo rispetto alla pasta che penso che la lepre sia sempre viva e tenti di fuggire saltellando. Insomma, una vera e propria Caporetto. C'è un solo modo per rifarci, e noi lo conosciamo bene. Dopo l'ultima giornata sulle piste sempre più affollate, infatti, ci concediamo una cena riparatoria "da Ugo", storico ristorante di Folgaria, dove servono porzioni di canederli in grado di sfamare da sole tutta la Basilicata. Sappiamo per conoscenza diretta che sono in grado di farci vivere un'esperienza culinaria indimenticabile, e infatti il miracolo si compie di nuovo: come bambini nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, veniamo sedotti e accompagnati da una pioggia di crespelle, da una grandinata di bocconcini di pollo alla birra in salsa di senape e da un brasato al Teroldego talmente morbido che per farlo a pezzi non serve masticarlo ma solo fissarlo intensamente. Alla fine del secondo siamo ripieni come torroni, ma rinunciare ai dessert sarebbe un delitto, e così, mentre le arterie si riempiono di crema chantilly, affidiamo a un bicchierino di grappa al mirtillo il compito di alleviare la tristezza per la fine della nostra vacanza. 

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