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Una gita a...

Giovedì, 01 Gennaio 2015 17:53

Frammenti Romani

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Frammenti Romani - 4.7 out of 5 based on 17 reviews

Quando il mio editore romano mi ha proposto di organizzare una presentazione di "Frammenti", la mia prima antologia di racconti, nella loro libreria, ho accettato subito. In effetti, conoscendo nella capitale sì e no otto persone (di cui tre detenute a Rebibbia, ndr), sarebbe stata legittima qualche esitazione in più, ché una presentazione a cui rischi d'essere presente il solo autore, la su' mamma (nel mio caso peraltro assente stante la distanza) e due zoccole venute a cercare un po' di caldo e riscuotere qualche credito, non può propriamente definirsi "un successo", ma l'idea di trascorrere un fine settimana nella città eterna in prossimità delle feste natalizie era troppo seducente. E così, dopo una breve sosta per una cacio e pepe a Tarquinia, nel pomeriggio di Venerdì 12 dicembre ho fatto il mio trionfale ingresso nella casa di Cesare Augusto. Per la precisione in un suo garage sotterraneo in zona Prati, dove, alla modica cifra di trenta euro, mi sono deciso a lasciare la macchina per un paio di giorni, nonostante il parcheggio pieno zipillo, con le macchine incastonate una sopra l'altra tipo partita di shangai, e l'addetto di turno che mi dice: "nun te proccupa', damme le chiavi e vai tranquillo, ce penso io", senza nemmeno voler verificare la mia prenotazione ("c'ho er mio, de' foglietto stampato"), non fossero propriamente rassicuranti. Ma dopotutto siamo nella città dove da appena tre giorni è divampato lo scandalo "Mafia-capitale", cosa potrà mai succedermi? Ad ogni modo, lasciata Giulietta nelle mani del mago del parcheggio, mi dirigo insieme a Cristina verso la fermata della metro per raggiungere il nostro albergo in pieno centro e in piena Ztl. Grazie a una configurazione astrale rara come il passaggio della cometa di Halley e efficacemente sintetizzabile nel concetto di "sfiga siderale", il giorno della mia presentazione coincide con uno sciopero generale, ma essendo dei viaggiatori avveduti avevamo verificato per tempo sul sito dell'ATAC che la loro agitazione sarebbe terminata alle 13.00. E infatti troviamo la stazione Ottaviano chiusa sprangata, con un bel cartello che informa che i servizi riprenderanno solo alle 17. Ci tocca una lunga passeggiata romana, con trolley al seguito. Se fossi stato sulla Prenestina, densa di spacciatori, puttane e ladruncoli mi sarei sentito tranquillo, ma siamo a Prati, a un passo dal Vaticano, e in giro per le strade c'è pieno di preti e suore, e sono dunque comprensibilmente terrorizzato. Oltretutto le previsioni del tempo avevano annunciato un clima rigido, quindi ci siamo imbacuccati come se dovessimo portare Armaduk a fare una pisciatina al Polo e dopo sette minuti scarsi di cammino siamo già affannati e sudati come Gelindo Borlin sul traguardo della maratona di Seul del 1988. L'arrivo all'albergo, in ogni caso, ci ripaga della fatica. L'hotel "Fontana" è una casa torre del '200, divenuta poi monastero e infine struttura alberghiera, piazzato proprio di fronte alla fontana di Trevi. Appartiene alla famiglia di Cristina da generazioni, ma lei, essendo una famosa tonta, non c'è mai venuta a soggiornare. La stanza è piccola, come ogni ex cella di convento che si rispetti, ma suggestiva e con una vista prodigiosa. Pur priva d'acqua e vestita d'impalcature la fontana dove l'Anitona si rinfrescò le membra mantiene il suo fascino e a me sembra di sentire, in lontananza, pure un "Fabrizio, come here!". Ci riporta alla realtà il nostro simpatico facchino, un africano romanizzato da vent'anni e passa, che con una certa soddisfazione ci racconta che il giorno avanti alcuni incaricati del Comune si son piazzati lì con le telecamere a riprendere gli operai sui ponteggi, impegnati a far durare la pausa pranzo all'incirca tre ore. Ci dice anche che la fine dei lavori è prevista per novembre. Ma saggiamente non specifica di quale anno. Il tempo di una rinfrescata ed è già ora di andare verso la Nero su bianco, la bella libreria nascosta nelle viuzze dietro il Pantheon dove si terrà la presentazione. Comincio a avvisare un po' di nervosismo. Varie persone mi comunicano che a causa dello sciopero, e degli ingorghi creatisi per conseguenza, non potranno essere presenti come avevano promesso, e quindi temo di dover presentare il libro giusto a me stesso. Il timore si rafforza quando, una volta sul posto, trovo la libreria deserta e Davide, uno dei soci della Ensemble edizioni, intento a spazzare e passare lo strofinaccio. "Stai a vede' che m'hanno invitato sì, ma a fa' le pulizie di Natale!", penso. E invece no. Davide sta allestendo la saletta per la presentazione e mi rassicura: per un romano un impegno alle 18,30 comporta presentarsi come minimo un'ora dopo. Deduco d'essere figlio della lupa anch'io, allora, perché solitamente faccio uguale, almeno quando non c'ho una fanatica della puntualità come Cristina al seguito. A poco a poco, infatti, la libreria si riempie. Merito soprattutto di Silvia, la mia amica viareggina ma ostaggio da due anni del Fatto quotidiano, che s'è sobbarcata l'onere di fare un po' di pubblicità al mio evento in terra capitolina. Porta con sé anche una collega armata di telecamera, che alla fine mi farà un'intervista per il sito del giornale, e così la mia presentazione tra un frizzo, un lazzo e qualche lettura scorre via con l'apparenza di una cosa seria. L'evento va celebrato con un viaggio nella cucina romana, e così con Cristina, Silvia e Laura - romana a 24 carati che ci ci guida col piglio di Marco Aurelio, ma senza cavallo - c'infiliamo da Sora Margherita, trattoria tipica nell'ex ghetto ebraico. L'ambiente è molto informale e il personale ha quel genere di cordiale scortesia che ti fa sentire a Roma, ma va detto che si prodigano per infilare in qualche modo anche Isabella e Ainur, nel frattempo sopraggiunte, al nostro tavolo, già piccolo per quattro. Alla fine, chissà come, ci riescono, anche se questo comporta che Cristina finisca nella traiettoria dei camerieri e venga centrata alla nuca a intervalli regolari da vassoiate di cicoria strascicata. Ma l'agnello a scottadito è una delizia e la concia di zucchine una leccornia. Peccato solo per il conto, poco da trattoria, ma d'altra parte c'è da dire che Silvia, in piena crisi sentimentale (lui non se n'è andato sebbene lei lo scongiurasse), beve come una spugna e quindi diverse bottiglie di Cesanese del Piglio se n'erano andate via in scioltezza. Questo ci aiuta a sopportare la tranvata e sprofondare poi in un sonno ristoratore. Il mattino dopo c'accoglie una giornata di sole accecante e Roma si mostra in tutta la sua bellezza, come una zoccola vanitosa che ostenti le sue grazie. E così, dopo una meravigliosa colazione vista-Trevi dalla terrazza dell'albergo, ci avventuriamo per un tour pedestre della città eterna: dal colle del Quirinale scivoliamo giù lungo i Fori Imperiali, dal Colosseo ricambiamo il saluto ammiccante dei Lungotevere e risaliamo verso il giardino degli Aranci, piccola oasi verde da cui si gode una splendida vista sul cupolone e sulle altre, infinite, bellezze romane. Tento varie volte di buttare Cristina giù dalla balconata ma lei si mostra stranamente restia all'idea di sfracellarsi a terra da trenta metri d'altezza. Ad ogni buon conto riprendiamo la marcia in direzione centro. Arrivati al Circo Massimo siamo assetati come se stessimo predicando da quaranta giorni nel deserto e così decido di comprare un paio di bottigliette d'acqua al primo baracchino che trovo. Incoccio quello di due bengalesi che mi vendono, con ogni probabilità, quelle in cui ha bevuto Giulio Cesare attraversando il Rubicone, altrimenti non si spiega come sia possibile che mezzo litro d'acqua mi costi come una bottiglia di Brunello di Montalcino. Il rituale si ripete quando acquistiamo due pezzi di focaccia con la mortadella dalle parti di Piazza Navona: buonissima e tagliata al coltello, la mortazza, ma cara come se avessero macellato un beluga anziché un maiale. Ma siamo in centro a Roma, a dieci giorni dal natale, dunque ci può stare; anche invasa da migliaia di neo-pellegrini che invadono i negozi di via del Corso anziché le Chiese, il cuore della capitale è un museo a cielo aperto e la vista che si gode dalla cima della scalinata di Trinità dei Monti resta sempre una di quelle capaci di togliere il fiato. Ma forse è per via dell'arrampicata. Quando rientriamo in albergo faccio due conti e scopro di aver camminato, in mezza giornata, per più chilometri di quanti ne abbia fatti in macchina sei mesi precedenti. Me lo confermano i piedi, gonfi come Rocky alla fine dell'incontro con Apollo Creed, e un insistito dolore in zona lombare che m'impedisce di camminare in posizione completamente eretta. Quando usciamo di nuovo per andare a cena, infatti, cammino come l'homo di Neanderthal e vedo distintamente alcuni antropologi additarmi sussurrando la frase "anellino mancante", o qualcosa di simile. Per fortuna, però, per la serata è prevista un'escursione al Pigneto e così serve la macchina. Recuperiamo lei e Silvia in zona Prati e puntiamo dritti verso il quartiere più malfamato di Roma. Malfama immeritata. Il Pigneto è un quartiere vivace, dove abbondano ristoranti e locali molto accoglienti. È vero, praticamente a ogni angolo di strada c'è uno spacciatore, ma si sa che la concorrenza è fondamentale per calmierare i prezzi, e poi, come le leggi di mercato chiariscono, se c'è una ricca offerta significa che la domanda è molta, ed è più facile che a fare acquisti in quantità da quelle parti sia la borghesia pariolina piuttosto che gli operai della garbatella. In ogni caso il ristorante in cui ci porta Silvia, il Pigneto 41, è davvero carino e confortevole, i piatti sono buoni, e a differenza della Sora Margherita della sera prima, non sono nemmeno costretto a offrire le prestazioni sessuali delle mie commensali come parziale forma di pagamento. Dopo aver cenato ci spostiamo in un altro bel locale poco distante, ma c'è solo il tempo per un bicchiere di Rum, perché dobbiamo rientrare verso il centro prima che chiudano, all' una e trenta, sia il nostro magico parcheggio sotterraneo che la metropolitana. Quando lasciamo la macchina è l'una e venti stecchita. Siamo così costretti a scapicollarci verso la stazione della metro col passo frenetico di un marciatore cinese dopato e prendere il treno al volo, come Fantozzi col 102 nero delle collinari. Ce n'è abbastanza per svenire nei letti appena arrivati in camera. Il giorno dopo è domenica ed è anche quello fissato per il rientro, ma io e Cristina siamo decisi a non farci mancare nulla e quindi ci ritroviamo con Laura per un giro nel mercato infinito di Porta Portese, dove fra lampade, scarpe, caricabatterie di cellulari e batterie da cucina, cornici e coltelli, DvD e ombrelli, spinto da un attacco di nostalgia rischio di ricomprarmi a un prezzo esorbitante il bomber dei New York Yankees che mia cugina mi portò in regalo dagli States quando avevo dodici anni. Arrivati all'ora di pranzo dovremmo rientrare verso l'albergo per recuperare i bagagli e tornare verso casa, ma staccarsi da Roma è difficile come smettere di perculare un interista, e così ci concediamo anche un pranzo da Otello, osteria tradizionale nel cuore di Trastevere, che ci accoglie con stornelli romani e vino de li castelli, e ci regala poi un'amatriciana come dio comanda. Dopo l'ammazzacaffè d'ordinanza ci rassegniamo a impostare sul nostro navigatore mentale la rotta verso Pisa, ma il rientro verso l'hotel Fontana si trasforma ben presto in un calvario come quello dei reduci italiani dalla campagna di Russia alla fine della guerra: gli autobus sono stipati di persone e molte di queste, a naso, sembrano aver fatto l'ultima doccia quand'era ancora vivo Pasolini, nella stazione della metro piccoli Rom dall'aria sveglia corrono felici inseguiti dalle guardie pretoriane, ma Mamma Roma è anche questo e quando finalmente ci ritroviamo su Giulietta, col muso puntato verso le terre di toscana, ci rendiamo conto che un pezzetto di cuore è rimasto là, fra una coda alla vaccinara e un pezzo d'abbacchio brodettato.

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