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Tabula Rasa

Domenica, 10 Febbraio 2013 21:08

Babele

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Di solito succede il 4 o il 5 di settembre. La segretaria mi porge distrattamente le liste delle classi per l’anno scolastico che sta per cominciare. Alla prima lezione mancano pochi minuti, mentre vado verso la classe scorro rapidamente i nomi sulla lista. Li leggo una, due, tre volte. So che in quei nomi ci sono già le soddisfazioni e le frustrazioni dell’anno che arriva, so che i portatori di quei nomi mi malediranno una domenica pomeriggio che potrebbero essere fuori con gli amici e invece devono stare a casa a fare un compito da consegnare domani, e nello stesso tempo io li starò maledicendo perché potrei essere fuori e invece devo correggere i loro compiti da riconsegnare domani… ma quello che mi agita, nella mattina del 4 o del 5 settembre sono proprio i nomi: difficili, sconosciuti. Io lo so che al primo appello mi sbaglierò, sposterò un accento, stravolgerò un dittongo, mi troverò pietrificata davanti a una fila infinita di wzkzw senza neanche l’ombra di una vocale che mi salvi!

Si tratta di una classe del primo anno, italiano terza lingua straniera, principianti. Circa 20 studenti, 14 nazionalità diverse. Il nome con tutte quelle “w” e “z” e “k” appartiene a un ragazzo allampanato e gentile appena arrivato dal Tagikistan, non parla una parola di francese, il ragazzo iraniano che gli siede accanto gli traduce in un inglese imperfetto quello che io racconto in un francese altrettanto imperfetto. La ragazza irlandese nel banco vicino corregge in modo perfetto l’inglese imperfetto dell’iraniano.

Io insegno l’italiano nella torre di Babele, popolazione di mille e cinquecento studenti, quasi trecento docenti, otto lingue insegnate aragazzi di più di quaranta nazionalità; un’astronave bianca sospesa tra Francia e Svizzera e circondata dalle organizzazioni internazionali di Ginevra, un luogo in cui venire da altrove è la norma visto che il qui quasi non esiste. Certo il mio essere straniera in un posto così dà meno nell’occhio, anche se tra gli insegnanti rimango pur sempre un caso raro: dentro il sistema educativo francese non ci sono cresciuta, ci sono atterrata dieci anni fa portando la mia cultura e il mio modo “italiano” di fare scuola; un modo “esotico” come dice il preside, definizione sottile per dire che sono strana ma che non è colpa mia. Straniera, strana… le due cose vanno fatalmente insieme, impossibile sfuggire alle regole dell’etimologia!

Strana, straniera e soprattutto italiana. Viaggio nei corridoi con il mio carico di stereotipi: pizza, mafia, mandolino, Juventus, Berlusconi… una collega mi dice “mi piacerebbe tanto andare in Italia ma ho paura, con tutta quella criminalità…” e l’altra mi ferma per chiedermi di darle la ricetta del famoso “pesce alla fiorentina” (pesce alla fiorentina???).

Può non piacere, e infatti non mi piace (la situazione, non il pesce) ma resta un dato di fatto: le mie radici, anche educative, anche scolastiche, sono comunque nello straordinario e sgangherato mondo della scuola italiana, a cui continuo a sentirmi legata, dove ho una cattedra che mi aspetta e dove magari deciderò di tornare. Eppure in Italia non ho mai insegnato, per la scuola che sento ancora in parte mia io sono un’estranea.

Straniera, strana, estranea: la maledizione dell’etimologia.

Ed ecco che nell'incapacità di scegliere tra stranezza e estraneità, tra qui e là, finisce che si rimane a metà strada, a guardare i due punti che non sembrano più così distanti; la situazione ha i suoi vantaggi, permette di moltiplicare le angolazioni, di fare confronti, di riflettere su quell'universale cantiere di società future che è la scuola.

 

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