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Tabula Rasa

Giovedì, 04 Luglio 2013 14:17

Il sopravvissuto

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Sono i primi di luglio, è caldo come può essere calda solo l’estate padana. Il piazzale si annebbia di polvere sollevata dai motorini che corrono in cerchio. I corridoi si arroventano sotto gli ondulati di alluminio, il linoleum sgalla sotto i piedi. Le scuole non sono pensate per l’estate. Peggio. Le scuole non sono pensate affatto. Eppure è qui che finisce il percorso, qui che si taglia il traguardo. La commissione dell’esame di maturità si riunisce di malavoglia dietro i banchi preparati il giorno prima, le camicie incollate alla schiena dal sudore. Il candidato è in ritardo. Tipico, quello è ribelle, allergico alle regole, senza rispetto. Ha già ripetuto l’esame una volta, lo ripeterà ancora, figurati se lo passiamo, quello. Ridono. Tanto magari non si presenta neanche, ha già mezz’ora di ritardo, ci facilita il compito. Ridono. Il professore di filosofia li guarda, pensa “bisognerebbe ammazzarli tutti”.

Il carosello dei motorini si arresta per far passare la moto di Vitaliano Caccia. Lui si ferma, ancora con il casco in mano si avvia verso la palestra. Eccolo, dicono. La commissione si siede come un tribunale, davanti a loro il candidato è rimasto in piedi, il casco che pensola dal braccio. In quel casco Vitaliano prende la pistola con cui ucciderà i suoi insegnanti uno ad uno. Tutti. No, non tutti, difronte a lui, inebetito, resta il professore di filosofia. Il ragazzo abbassa la pistola e punta il dito verso il suo insegnante preferito, forse l’unico che gli ha dato una possibilità. Resta così a lungo, o almeno così pare al professore. Quindi riprende la sua moto e scompare.

Da quei colpi di pistola, da quel dito puntato nasce, quasi una genesi biblica, il bellissimo romanzo di Antonio Scurati dal titolo Il Sopravvissuto. Da questo punto si intrecciano nel romanzo due ricerche: la prima, la più banale, quella dell’assassino, del giovane mostro che ha massacrato senza ombra di pietà quasi una decina di persone. La seconda, quella essenziale ed esistenziale: la ricerca del perché, non della morte ma della sopravvivenza. Il professor Marescalchi, docente di Flosofia, fruga il suo rapporto con Vitaliano e con gli altri studenti per trovare le ragioni per le quali è stato risparmiato, il perché di quel dito puntato.

Attraverso queste due inchieste Scurati scandaglia il rapporto tra adulti e adolescenti. Sono molte le voci che ascoltiamo nel romanzo: quelle delle madri e dei padri, del prete, del prefetto e del commissario di polizia… da esse traspare in modo più o meno evidente la diffidenza, di più, l’opposizione degli adulti nei confronti degli adolescenti. Si tratta di una guerra, Vitaliano Caccia è il braccio armato di una generazione, un edipo sociale, una pericolosa avanguardia; si dovrà presto correre alle armi, difendersi dai propri figli. Le voci degli adulti sono un frastuono, la folla fuori dalla chiesa nei funerali, le autorità, la taglia messa sulla testa dell’assassino, vivo o morto.

Non sentiamo mai parlare i ragazzi, invece: la loro voce è nella rabbia del rombo dei motorini che come avvoltoi girano in tondo fuori dalla scuola. La loro voce è nella rassegnazione muta dei colpi di pistola, nella disperata tensione del dito puntato in faccia, in un telefono che suona ogni notte a mezzanotte e a cui nessuno risponde.

Per cominciare a capire la scuola e chi ci vive dentro bisogna, da adulti, rimettersi in discussione e in questo libro non mancano riflessioni e domande. Ci sono anche alcune risposte, ma quelle sta a ciascuno valutarle secondo la propria sensibilità.

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