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Lilith&Co

Domenica, 21 Aprile 2013 21:12

A proposito di medicina di genere

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Venerdì 19 aprile scorso sono stata invitata ad intervenire all’incontro organizzato dalla Consulta Femminile di Livorno intitolato “Medicina di genere: quali prospettive per la salute delle donne oggi”, con la presenza, oltre che di Viviana Accarino, Presidente della Consulta, e delle autorità (Sindaco Alessandro Cosimi e Presidente Commissione Pari Opportunità della Provincia Rossella Lupi), di Fiorella Chiappi, psicologa componente della Commissione “Medicina di genere” del Consiglio Sanitario Regionale, di Silvia Maffei, Ginecologa Responsabile dell’endocrinologia cardiovascolare del CNR di Pisa, e di Ondina Vescovi, Insegnante di attività motorie.

L’incontro è stato a mio parere molto interessante e anche piacevole, ma soprattutto ritengo che sia stato molto importante e anche di notevole spessore.

L’argomento mi interessa moltissimo, e da molto tempo, per cui mi fa piacere riportare qui almeno parte del mio intervento, anche se purtroppo mancano i bellissimi contributi delle altre relatrici con le loro specificità e competenze.

Sono un medico cardiologo, ho lavorato per molti anni presso il CNR, ove adesso è la dott.ssa Maffei, e ho amato moltissimo la ricerca scientifica. Ma al tempo ad un certo punto, per motivi economici e organizzativi familiari soprattutto, mi sono trovata a scegliere il lavoro sul territorio, come cardiologa specialista ambulatoriale, prima a Piombino e poi a Livorno, lavoro che ho svolto per 20 anni.

Attualmente seguo mio ambulatorio privato a Livorno e faccio parte di Commissione Medica Regionale a Firenze.

Da molti anni però nel tempo libero mi occupo anche di questioni di genere, in vario modo, e attualmente sono anche componente della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Livorno.

Il mio breve contributo all’argomento di oggi, quindi, è più legato all’esperienza diretta sul territorio vista con gli occhi di una donna medico.

E credo che questo sia molto importante, il fatto di essere medico ma anche donna.

Per me e per la mia esperienza di questi anni è importantissimo che oggi, e da qualche anno, finalmente si parli di medicina di genere, medicina cioè che prenda in considerazione anche il sesso femminile.

Dato che quando ho studiato io non se ne parlava proprio, ho cercato i riferimenti temporali dell’interesse del mondo scientifico in Italia per la medicina di genere.

Ho trovato che la prima proposta al Ministero per le pari opportunità di una taskforce sulla salute della donna risale al 1998 e nel 99 nasce il primo gruppo di lavoro sull’argomento, almeno in Italia.

E infatti io mi ritrovai a leggere su internet il primo report prodotto da questo gruppo di lavoro nel 2001 o al più tardi nel 2002, scoprendo… un mondo!

Scoprii dati che non sospettavo neppure, anche nel mio campo, la cardiologia, e trovai confermate sensazioni ed esperienze personali riscontrate sul campo, in primis quanti pregiudizi le donne subivano e abbiano sempre subito nell’approccio alle loro patologie.

Ricordo benissimo ad esempio un episodio che racconto spesso perché mi è rimasto impresso a fuoco nella mente: quando ero giovane specializzanda capitò di una donna di età media, piuttosto giovane direi, che aveva segni clinici importanti di ischemia del cuore, e i test che facevamo a tutti per fare diagnosi di malattia coronarica nettamente positivi… chiamato il professore di riferimento, che per l’appunto era anche il cardiologo della signora, convinti di doverla indagare ulteriormente e curare (come avremmo fatto per qualunque altro paziente maschio), ci sentimmo rispondere di darle degli ansiolitici… allibiti insistemmo, anche un po’ alterati, ma non ci fu verso: la signora era nervosa non malata!

E in effetti nel nostro campo al tempo (anni 80) spesso l’atteggiamento del cardiologo era proprio questo: le donne per lo più erano ansiose, solo in seconda istanza erano malate. E questo non valeva solo per i cardiologi.

Istintivamente mi posi quindi nella professione dal lato opposto della barricata: davanti ad un sintomo prima volevo escludere la patologia, poi magari arrivavamo ad affrontare l’ansia e la depressione… che fra l’altro sono veramente presenti in percentuali maggiori nelle donne rispetto agli uomini, ma questo non vuol dire che non abbiano anche una patologia organica!

Nel mio piccolo iniziai a cercare di informare le donne, in particolare su argomenti di tipo cardiologico, utilizzando internet che iniziava ad essere importante veicolo divulgativo e nel 2003 pubblicai un articolo sul portale delle donne toscane Manidistrega intitolatoINFARTO CARDIACO: un nemico che anche le donne devono tenere presente (http://old.manidistrega.it/tx/consigli_parliamodi.asp?id=2).

Nel 2007 poi misi online il sito www.salutedonna.eu proprio per parlare di vari argomenti di salute direttamente alle donne, partendo, ovviamente, con una sezione dedicata al cuore.

Dal dicembre 2010 faccio parte di Libra, associazione di promozione sociale dedicata ai disturbi alimentari, che iniziava da quel momento ad occuparsi anche di educazione alla salute.

Oggi in Italia le donne costituiscono l’utenza prevalente del sistema sanitario, vivono in media più a lungo ma in peggiori condizioni di salute, in poche parole sono più malate. Anche in patologie tradizionalmente più maschili le donne registrano un avanzamento costante e purtroppo anche un sorpasso, ad esempio AIDS, cancro al polmone, patologie croniche polmonari e malattie cardiovascolari…

Fino alla fine degli anni 90 mancava fondamentalmente l’attenzione della medicina, e anche della ricerca scientifica, al fatto che donne e uomini sono oggettivamente diversi di fronte alle malattie e alle terapie, e il cambiamento di punto di vista ancora oggi è lontano da essere completo: mi piace pensare che il cambiamento un po’ dipenda anche dal fatto che molte donne sono diventate medico, anche se ancora la medicina, e anche la ricerca medica, sono ambienti ove il tetto di cristallo è ancora ben saldo.

Ma ancora siamo indietro, tanto che sulla rivista scientifica Lancet nel 2011 si legge:

Quando vengono analizzate le caratteristiche farmacocinetiche e farmacodinamiche del metabolismo dei farmaci si ottengono risultati diversi a secondo del sesso: superficie corporea, indice di massa, contenuto in tessuto adiposo possono influenzare la risposta al trattamento.

Essere maschio o femmina potrebbe essere il più importante determinante noto della salute, della malattia e della risposta al trattamento. 

Lancet pertanto incoraggia i ricercatori ad arruolare più donne in tutte le fasi dei trial clinici ed a pianificare l'analisi dei dati in base al sesso, non solo quando ciò appaia scientificamente appropriato, ma come metodologia da utilizzare di routine”.

E nel corso di un incontro a Milano del 2012 dell’ Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari:

“…nelle 62 sperimentazioni cliniche pubblicate tra il 2006 e il 2009 solo il 33% dei pazienti coinvolti erano donne e solo la metà degli studi riportava un'analisi separata tra i due sessi. Questo significa che l'efficacia e la sicurezza della maggior parte degli interventi preventivi e terapeutici viene valutata in una popolazione prevalentemente maschile, quando invece non si può escludere che ci possano essere delle differenze legate al sesso nella risposta alla cura”.
Errori di valutazione e di intervento attraversano in modo specifico la medicina nel rapporto con la paziente donna. Questi errori si traducono più facilmente che nell’uomo in fallimenti terapeutici, in effetti nocivi e cronicizzanti, in ritardi ed elevazione dei tempi della cura, in aumento dei costi sanitari.

In ogni settore emerge la tendenza a sopravvalutare, anche in studi che riguardano la stessa patologia, i fattori biologici e costituzionali nelle donne e i fattori ambientali e lavorativi negli uomini.
Patologia depressiva, disturbi d’ansia, patologie tumorali, cardiovascolari, indicano che l’orientamento della ricerca è connettere i fattori eziologici e di rischio nelle donne alle vicende del ciclo ormonale e a tratti di personalità.
Nelle donne non viene presa in considerazione la connessione tra lavoro produttivo e lavoro familiare come origine di un sovraccarico e non viene preso in considerazione uno specifico stressor che è la violenza.

Questo doppio disconoscimento del lavoro di cura e della violenza le esclude dal campo della prevenzione e le espone a trattamenti sanitari inappropriati e cronicizzanti.

Ricordo all’INAIL molti anni fa studi sugli incidenti nel mondo del lavoro in cui fra il maggior numero di infortuni risultavano quelli accaduti in casa, nel lavoro domestico. Allora, ero giovane, mi chiesi come fosse possibile farsi tanto male e tanto spesso in casa. Oggi penso che sarebbe stato interessante distinguere gli uomini dalle donne e inserire la variabile della possibile violenza domestica.

La donna con suo corpo e con la sua mente non è isolata dal mondo, così come l’uomo, e l’indagine anche sull’ambiente in cui la donna vive, il lavoro, le relazioni sono centrali per il rischio di malattia, che sono oggettivamente diversi fra uomo e donna.

Le donne vanno osservate non solo dal punto di vista della riproduzione, e questo è il primo grande cambiamento di punto di vista!

La cardiologia, la mia specialità, in particolare è stata già molto influenzata dal cambiamento di punto di vista e dall’aver iniziato a guardare alle donne nella loro specificità, e in modo già significativo.

Nel 2008 organizzai, fra l’altro insieme alla dott.ssa Maffei, un convegno sulla menopausa, http://www.salutedonna.eu/menopausa.html, affrontandone i vari aspetti (osteoporosi, depressione, sessualità, qualità di vita) con vari specialisti, e il cuore con la Prof. Maria Grazia Modena, presidente allora della SIC, che parlò di “cuore e ormoni” (terapia ormonale sostitutiva sì/no), e riportò una frase della dott. Nanette Wenger nel 2001:

La comunità ha sempre guardato alla salute della donna con un approccio a bikini, considerando essenzialmente solo il seno e il sistema riproduttivo…

tutto il resto del corpo veniva curato come se fossimo uomini e sicuramente con molta meno attenzione…”.

Nella medicina ufficiale il cuore biologico è stato sempre organo pensato al maschile.

La cardiopatia ischemica è la “malattia che rende la donna vedova”, per cui la donna stessa non ritiene che la malattia di cuore sa una sua possibile malattia.

Le donne tradizionalmente vedono nel ginecologo il loro naturale interlocutore e le sue problematiche di salute e di prevenzione soprattutto focalizzate su utero-ovaio-mammelle.

La donna è sempre stata studiata come corollario dell’uomo…

Alla fine degli anni 70 Bernadine Healy, direttrice del NIH (National Institute of Health) di Bethesda scrisse due articoli sul trattamento decisamente disuguale fra uomini e donne con infarto del miocardio parlando di discriminazione.

Dagli inizi degli anni 80 nel mondo si iniziò a parlare di cuore e donne.

Da tempo ormai si sa cheè il genere femminile quello più colpito dalle malattie cardiovascolari, mentre invece il rischio cardiovascolare nelle donne è spesso sottovalutato a causa dell'errata ma diffusa convinzione che il gentil sesso sia più protetto verso queste patologie, disincentivando così studi specifici sul genere femminile. 
Le donne hanno un'incidenza di eventi cardiovascolari minore degli uomini in età fertile, ma successivamente, in particolare dopo la menopausa, il rischio aumenta per il loro peculiare equilibrio ormonale che favorisce l'insorgere di noti fattori di rischio come ipertensione, diabete, obesità e sindrome metabolica.

Si parla di ombrello ormonale, riferendoci al fatto che nel periodo fertile le donne sono protette dagli ormoni. Però questo è un’arma a doppio taglio perché la scomparsa improvvisa della protezione espone il nostro cuore ad un insulto cui non è preparato. Diventa quindi importante, oltre a curare ed informare le donne dei rischi che corrono dopo la menopausa, agire sull’informazione e la prevenzione PRIMA di essa, così da combattere i fattori di rischio quando siamo ancora parzialmente protette.

E comunque, purtroppo, stanno aumentando anche le coronaropatie e gli eventi cardiovascolari nel sesso femminile anche in età fertile proprio perché lo stress quotidiano (doppio lavoro ad esempio) cui le donne sono soggette è in evidente aumento, con aggravamento anche dell’incidenza degli altri fattori di rischio.

È quindi molto importante parlare di medicina di genere direttamente anche con le donne, perché la medicina è stata davvero molto maschilista fino a non molto tempo fa.

In particolare, nel mio campo specifico ad esempio, parlando di infarto cardiaco tutto quello che veniva detto e divulgato portava sempre a pensare all’uomo, nel senso di soggetto di sesso maschile: l’immagine diffusa era quella in particolare quella dell’uomo aggressivo e competitivo.

Si è insegnato e detto quali sono i sintomi da tenere presenti, cosa fare nel caso di dolore al petto e al braccio sinistro, come prevenire i problemi, ma lo si diceva agli uomini.

Alle donne vanno dette le stesse cose, ma anche molte di più, perché le donne soffrono di cuore quanto e più degli uomini e spesso non lo sanno proprio.

E in più: col dolore tendono a non andare dal medico, almeno non finché non hanno sistemato la famiglia, messo a posto tutto; il loro dolore può essere molto diverso e non sempre così chiaro; i medici ancora oggi spesso tendono a sottovalutarle.

È fondamentale quindi che come medici lavoriamo con le donne attraverso sensibilizzazione al problema, diagnostica e terapia tempestive (come con gli uomini), buona prevenzione.

Ad esempio è bene sapere che una moderata intensità di esercizio fisico per almeno 30 minuti al giorno più volte alla settimana riduce del 30% il rischio di eventi cardiovascolari, e questo non coincide con i lavori domestici; significa piuttosto camminare svelte senza sentire la fatica e senza fretta.

Occorre porre attenzione ai fattori di rischio, quali diabete (anche all’intolleranza glicidica in età fertile), ipertensione arteriosa (anche sbalzi di pressione in età fertile), obesità e sovrappeso, fumo, stress…

Credo poi che, oltre a parlare alle donne e stimolarle a porre attenzione ai fattori di rischio cardiologici, ai disturbi, e a non sottovalutare il rischio che hanno anche loro, sia fondamentale divulgare i temi della medicina di genere, i riscontri, i dati anche presso i medici: nessuno di noi è stato preparato e istruito su questo argomento. Credo quindi nell’importanza di corsi di aggiornamento specifici, come si sta iniziando a fare in varie città e regioni d’Italia.

Questa non è una pura questione di femminismo, che magari purtroppo tante volte fa storcere il naso ai colleghi… è una questione di scienza, di informazione, educazione, e di corretta e giusta applicazione delle conoscenze mediche!

NB: a proposito di cuore e donne, consiglio, a chi fosse interessata, di leggere anche qui, http://www.associazionesalutedonna.it/images/stories/pdf/medicina_di_genere/ilcuore.pdf, e anche qui http://www.associazionesalutedonna.it/aree-di-interesse/salute-delle-donne-e-medicina-di-genere.html per la Medicina di genere in generale, testi da cui ho preso anche alcune frasi presenti nel mio intervento.

 

 

 

 

 

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