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Calderone

Sabato, 27 Dicembre 2014 17:35

Viva la vida di Claudia Menichini

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Solo guardandola muoversi con gesti misurati in un breve video che è rimasto ci si può rendere conto della sua straordinaria bellezza e intensità. Splendida contro l’azzurro delle pareti della sua casa a Coyoacàn, sotto la luce del sole messicano, i capelli neri colmi di fiori arancioni, ci guarda e poi si volta a baciare Diego Rivera,  grosso e lento, che con la sua dolce aria da principe rospo si china a ricevere il bacio.

In questa immagine è racchiusa tutta la vita di Frida Khalo, pittrice messicana moglie del grande muralista Diego Rivera, vissuta nella prima metà del secolo scorso,  e autrice di piccoli e inquietanti dipinti che spesso la raffigurano e che illustrano la sua vita travagliata e intensa, colma di dolore e di incontri con le migliori menti dell’epoca.

Frida nasce nel 1907 a Coyoacàn,  sobborgo di Città del Messico, in un momento di grande fermento politico. Infatti, nel 1910 scoppia la rivoluzione messicana, il popolo si solleva contro Porfirio Diaz e la sua politica al servizio dei grandi proprietari terrieri e il suo asservimento agli stranieri. La rivolta, guidata da Francisco Villa e Emiliano Zapata, colpirà grandemente la piccola Frida, che dichiarerà di essere nata nel 1910, come a suggellare la sua vita con quella del nuovo Messico nato dalla Rivoluzione.  E’ una ragazzina sveglia e vivace, una delle poche iscritte alla famosa Scuola Nazionale Preparatoria, dove nel 1922 Diego Rivera era stato chiamato a dipingere un grande murale nell’auditorio della scuola; non ha ancora però interessi artistici, anche se il padre, di origini ebree ungheresi e di cui era la preferita, era un bravo fotografo e l’aveva cresciuta nell’amore per l’arte, portandola spesso con sé durante il suo lavoro.

Il 17 settembre del 1925 un tragico evento ne cambia completamente la vita. Sale su un autobus che la deve riportare a casa dalla scuola, un tram lo centra in pieno, l’autobus esplode in mille pezzi e Frida è trafitta da un corrimano che ne perfora le pelvi. La colonna vertebrale si rompe in tre punti, la gamba sinistra ha undici fratture e il piede destro è dislocato e schiacciato. Alejandro Gòmez Aria, che era con lei, ricorda che l’impatto le aveva fatto volare via gli abiti, era nuda, la furia dello scontro aveva aperto un pacchetto di polvere d’oro che qualche passeggero recava con sé, e l’oro era volato sul suo corpo e si era mescolato col sangue, la gente intorno a lei urlava. Questo resoconto quasi mitico dell’incidente sembra la raffigurazione di un sacrificio Azteco, quasi un presagio di quella che sarà la sua pittura, legatissima all’antico Messico preispanico e alla sua simbologia  mitologica.

Frida resterà in ospedale un mese, e se la ripresa ha del miracoloso, già dopo un anno cominceranno quei dolori e quelle ricadute che cadenzeranno tutta la sua breve vita, e che la porteranno a subire più di trentadue interventi chirurgici. Mentre è costretta  a letto comincia a dipingere con dei colori a olio che il padre teneva nello studio, e comincia a ritrarre se stessa, come farà per tutta la vita. Dei circa duecento dipinti che ci ha lasciato, la maggior parte sono autoritratti che raccontano le varie tappe della sua esistenza, le sue sofferenze, i suoi pensieri,  suoi amori, le sue operazioni, i suoi ideali, il suo sconforto ma anche la sua incredibile voglia di vivere. Per raccontare tutto questo unirà mondo reale e mondo fantastico in dipinti personalissimi e spesso dolorosi, che saranno molto amati dai Surrealisti; spesso Frida è stata definita una pittrice surrealista, ma lei stessa si distaccava da questa definizione scrivendo: “Non avevo mai saputo di essere surrealista fino a quando Andrè Breton non è venuto in Messico e me lo ha detto, la sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno …  Adoro la sorpresa e l’imprevisto. Mi piace andare al di là del realismo. Per questa ragione, da quello scaffale mi piacerebbe vedere uscire non libri, ma leoni…”

Nel 1928 un altro ‘’scontro’’ ne cambierà ulteriormente la vita: quello con Diego Rivera. Frida era diventata amica di un’altra donna straordinaria, Tina Modotti, fotografa e rivoluzionaria, che l’aveva avvicinata alla fede comunista e presentata a Diego Rivera, di cui all’epoca era amante. Rivera, di vent’anni più grande di Frida, era grande in tutto, uomo gigantesco fisicamente, grande comunista, affabulatore, capace di dipingere per ore e ore senza sentire fatica, affamato e insaziabile di cibo, donne e vita. Frida mostra i suoi dipinti a Diego, lui ne intuisce la potenziale grandezza, l’urgenza del  raccontare se stessa, e comincia a frequentarla. Si innamorano, si sposeranno a Coyoacàn il 21 agosto del 1929. Frida dipingerà nel 1931 un doppio ritratto che li ritrae nel giorno delle nozze, lei minuscola con il vestito da india di Tehuantepec, con lo scialle rosso e l’acconciatura con i fiocchi e le collane precolombiane, lui enorme la tiene per mano, nell’altra tiene la tavolozza da pittore. Insieme staranno per tutta la vita, fra amore e continui tradimenti, viaggi in America e in Europa, separandosi e risposandosi, inseguendo un ideale di pittura autenticamente popolare e “rivoluzionaria”, legata al folclore messicano e alla verità. Frida diventa un’icona del Messico anche fisicamente: con i suoi abiti, i suoi gioielli e le sue meravigliose acconciature sembra scesa da un murale di Rivera. Tutti sono attratti dalla sua bellezza e dalla sua straordinaria forza interiore, dal suo fuoco, dalla sua vitalità che nascondono i dolori fisici e la profonda sofferenza per i continui tradimenti di Diego e per l’incapacità di avere un figlio. Dal grande trauma di un aborto avvenuto a Detroit nel luglio del 1932 nasceranno dipinti incredibili, “Henry Ford Hospital” e “Nascita”, che Rivera ricorderà come “…capolavori senza precedenti nella storia dell’arte: dei dipinti che esaltano le qualità femminili di sopportazione di fronte alla verità, alla realtà, alla crudeltà, alla sofferenza. Nessuna donna aveva saputo mettere tanta tormentata poesia su una tela come ha fatto Frida.”

I dipinti di quegli anni diventano fortemente simbolici, legati sempre alla realtà della sua vita, Frida “dipinge nello stesso tempo l’esterno e l’interno di se stessa e del mondo”, rendendo le sue sofferenze personali parti della grande ruota della vita. Il Messico, la sua terra, le sue piante, i suoi fiori, gli animali, le divinità precolombiane saranno i simboli con cui racconterà magicamente la sua vita che negli anni si fa sempre più faticosa. Diego la tradisce con la sorella, Frida va a vivere da sola. I dolori fisici si acuiscono, fa altre operazioni, ritorna a vivere con Diego e nel 1937 ospiteranno nella loro casa Lev Trotzkij e la moglie. Nel 1938 va a New York, e qui ha una relazione, che durerà a lungo, con il famoso fotografo americano di origini ungheresi Nickolas Muray che le scatterà delle stupende foto. Nel 1939 divorzia da Diego, e va a Parigi dove Breton le organizza una personale. Nel dicembre del  1940, incapaci di vivere l’uno senza l’altra, Diego e Frida si risposeranno.

Dopo un periodo sereno la sua salute peggiorerà ulteriormente. Negli autoritratti di quegli anni il volto è indurito, l’ossessione per Diego, il suo amore profondo per  lui e la sofferenza per le sue relazioni sono così evidenti  che in alcuni dipinti il volto di Diego le compare fra le sopracciglia, in mezzo alla fronte. Nel 1950 è costretta  a ricoverarsi per quasi un anno in ospedale,  e dopo si muoverà quasi sempre sulla sedia a rotelle. Anche dipingere le costerà grandissima fatica, i dipinti non saranno più così curati, e non uscirà quasi più dalla casa di Coyoacàn, che negli ultimi anni diventerà quasi una prigione. Finalmente, nel 1953 il Messico decide di renderle omaggio per la prima volta con una personale. Frida a questa notizia sembra rinascere, ma il giorno dell’inaugurazione sta così male che si pensa di annullare la mostra. Diego però ha un ‘idea geniale, fa trasportare in galleria il grande letto decorato di Frida. Frida arriva in ambulanza, vestita splendidamente, carica di gioielli, e per tutta la serata, sdraiata sul letto, riceve l’omaggio di tantissime persone commosse che si accalcano in galleria. E’ il suo grande addio alla vita.

L’anno che segue  è solo dolore, le amputano una gamba, e la morfina che deve prendere in dosi massicce per sopportare i dolori sempre più forti le impedisce di dipingere. La disperazione si impossessa di lei e tenta il suicidio, ma il 2 luglio del 1954, in un soprassalto di vita, esce per andare a una manifestazione comunista con Diego. Già convalescente da una broncopolmonite, prende freddo e si aggrava rapidamente. Morirà il 13 luglio, Diego scriverà di quel giorno: “Il 13 luglio del 1954 è stato il giorno più tragico della mia vita. Ho perso la mia adorata Frida, per sempre… Troppo tardi mi sono reso conto che la parte più bella della mia vita è stato il mio amore per lei.’’

Se ora, dopo aver letto questo articolo, vi è venuta voglia di vedere le opere di Frida e Diego e le magnifiche foto che Muray scattò,  andate a Genova, a Palazzo Ducale dove fino all’8 febbraio 2015 potrete immergervi nella potente forza delle loro opere, nella vitalità e nella tragedia delle loro vite e della storia del Messico.

Claudia Menichini

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