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Eterotopie

Giovedì, 12 Marzo 2015 19:04

Le kenotipie di Silvia Infranco

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Le kenotipie di Silvia Infranco - 4.6 out of 5 based on 8 reviews

L’aspirazione alla scultura di Silvia Infranco passa per il levare materia dalla superficie delle sue opere pittoriche. Un quadro rappresenta una tavola piatta, il mondo ridotto a carta geografica, squadrato dal compasso nel piano di Cartesio, come la quadratura del cerchio. Ma non basta stare in superficie, occorre volume, e occorre farne massa solida, che si attraversa e dentro cui si può affondare gli attrezzi di lavoro. Lo scultore che scolpisce le superfici piatte produce “kenotipie”, per creazione di cavità per svuotamento, nell’ambizioso intento di liberare le forme imprigionate dentro il masso di marmo bianco di Carrara, idea creativa del grande Michelangelo Buonarroti, anche dalle superfici che apparentemente restano piatte.

Oltre alle “kenotopie”, nella produzione più recente di Silvia Infranco, ci sono le “peplografie”, stampe cartografiche e paraffina su tavola, e i ‘tracciati’, carte coperte di pigmenti, ossidi e bitume, altre opere su superficie piana, che confermano la sua evidente aspirazione alla scultura.

Leggerezza del fare nelle mani della giovane artista, che descrive sulle superfici leggere dei suoi “peplos” una storia fatta di linee stampate e materia appena rigata, come le forme intraviste sotto una veste fine di lino, da indossare sotto una tunica greca. Così come i tracciati sulla carta sono ancora di bitume, materia tanto umile quanto apparentemente inadatta e inattuata alla creazione artistica. Si potrebbe pensare invece alle corsie solcate da tir, che mandano fumi che anneriscono i margini e le banchine stradali per portare merci. O agli ingorghi fermi sui tracciati di bitume delle nostre città, a fare massa informe. Invece Silvia Infranco gioca in levare, con tenerezza, sacra ingenuità e tenacia interiore, che scava e scolpisce anima e materia, aggiungendo tocchi di bitume e paraffina.

L’idea di “kenosis”, in astratto,richiama i mistici religiosi, che aspirano allo svuotamento dell’anima di fronte all’ubbidienza verso Dio onnipotente. Di fronte alla materia occorre un’ispirazione sacra per levare la parte inutile e lasciare quella che serve a dare forma e volume.

è perfettamente giovane, Silvia Infranco, nata a Belluno nel 1982, con uno studio a Bologna dove vive, e dei giovani ha gli occhi freschi di chi vede ancora bene e lontano, dove altri non guardano nemmeno. La sua anima si svuota leggermente, lentamente e progressivamente per riempire volumi scolpiti. Con una forza inarrestabile, cava dalle superfici e nello stesso tempo ci stampa “tipi” e codici personali, che si vanno rarefacendo in sequenze di tratti impercettibili e intrecciati. Tanto che il monocolore apparente è invece multiforme, capace di addensare ombre e codici segreti di ricordi che lei ha necessità di portare dentro il cuore e da cui vuole alleggerirsi l’anima.

La poetica dell’artista è quella di una ricerca incessante dello svuotamento dal barocco superfluo delle forme e dei segni, per semplificare l’immagine e invece complicare gli strati della materia e dei significati. Se fosse musicista (non lo è?) Silvia Infranco comporrebbe con l’accento in levare, che rende il ritmo ardito, ma più divertente ai ballerini, e meglio attraente agli orecchi, sincope tra due battute musicali che batte nell’orecchio col ritmo dei passi dei ballerini.

Oggi, scolpire la materia significa spesso farsi poveri agli occhi del mondo, ma potenti di fronte ai potenti, mantenendo uno sguardo limpido sulle cose, di cui si percepisce l’essenziale, che non ci basta, e che si vuole magari piegare ai propri orgogliosi sentimenti di dominio della materia e dei simboli.

Le opere di Silvia Infranco, sia “piatte” che in solido, occupano sempre lo spazio delle tre dimensioni, e son fatte di cera, bitume e ossidi, raccolti tra i resti che la vita sempre lascia in disparte, a margine delle strade, dei marciapiedi. L’ossido che ne deriva è il levare e il degradare della materia, il bitume che servirebbe a viaggiare troppo veloce e in troppe direzioni, levato dalla strada per metterlo su tela, non rischia di colare né appare fermo, la cera è incerta e si fa encausto meraviglioso, denso e spesso sentimento, colorato di un futuro mobilissimo.

Il levare di Silvia Infranco è la rappresentazione della poetica del dominio sull’incertezza, per renderla stabile, fissa ma vagante nello spazio, sia piatto che in volume. L’occhio dell’artista, tanto inquieta quanto certa dei propri mezzi visivi e fattuali, vede il mondo come dovrebbe essere, una volta levati orpelli e cose inutilmente futili.

 

Figura: kenotipia, 2014, pigmenti ossidi bitume e cera su tavola, cm 120x120

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