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A.I.R.

Martedì, 20 Ottobre 2015 11:46

Sarzanamente (parte 2)

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Parte 2

Massimo Recalcati

Madri

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Citando la poesia di Rilke lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati apre l'incontro che ha come tema la figura materna, a pochi mesi dalla pubblicazione del libro “Le mani della madre” che, ci tiene a sottolineare, è il frutto dell'insegnamento delle madri che ha ascoltato nei suoi venticinque anni di pratica della psicanalisi.

Nessun argomento si lega meglio al tema della responsabilità di quello della MADRE, madre intesa come esperienza della maternità nei suoi molteplici e complessi aspetti. Recalcati ci conduce in un'esplorazione del significato profondo di questa figura che, oggi ancor più che nel passato, assume valenze legate alla trasformazione sociale e antropologica del concetto materno.

Le parti del corpo della madre sono la guida simbolica alla comprensione del ritratto che ci fornisce: le mani, il volto, il seno.

Recalcati racconta di quando, ancora piccolo, venne colpito dalla notizia di un fatto di cronaca avvenuto a Torino; un bambino scivolato dal balcone venne trattenuto dalle mani della mamma fino all'arrivo dei soccorsi. LE MANI DELLA MADRE. Sono mani che accolgono, mani che si prendono cura, mani che restituiscono alla vita. . Il materno ha quindi a che fare con la cura, e la cura materna non è mai generica, non può essere espressione generalizzata e generalizzante di premure e attenzioni perché la madre trasmette al figlio il sentimento stesso della vita. La cura materna può definirsi tale se sa rendere ogni figlio figlio unico, se sa ridare alla persona la sua unicità assoluta. Non è sufficiente generare la vita per essere madri o padri, la genitorialità trascende il meccanismo biologico, è “puro dono”. In questo senso anche il dono del seno, ridotto dalla cultura patriarcale a rappresentazione unica della figura materna, è il simbolo dell'amore materno, senza l'intenzione del dono ci limitiamo ad espletare una funzione biologica. E poi c'è il volto, espressione dell'eredità materna: il viso della madre è la prima immagine del mondo che ci accoglie, attraverso di esso il figlio si vede come in uno specchio e il ritorno che ne riceve può renderlo sufficientemente amabile o meno a se stesso, può trasmettergli fiducia o angoscia. Se lo sguardo della madre appare sereno e gratificato l'orizzonte del figlio tende ad allargarsi, se lo sguardo è cupo e inquieto l'orizzonte si chiude. In definitiva, il volto della madre dilata o restringe l'orizzonte del mondo per il bambino.

Abbandonando temporaneamente il discorso sui simboli del materno, lo psicanalista propone alcune riflessioni libere su Maria, icona di immanenza e trascendenza assoluta rispetto alla maternità: la giovane porta dentro di sé un figlio che però non è suo, ecco la grande verità dell'esperienza materna: la vita dei figli non appartiene alle madri poiché questi sono destinati, a partire dal momento della nascita, a trovare una vita differente da quella che avevano nel ventre della madre. Forse l'immenso dono della maternità è proprio questo, “spingere fuori”, rendere la vita del figlio vita nuova e diversa, donargli la libertà.

Continuando sul filo biblico Recalcati cita l'episodio di Salomone e le due madri per spiegare come nella maternità vi sia sempre anche un lato oscuro, una zona d' ombra; nel racconto troviamo la madre che, per il bene del figlio, accetta di perderlo e la madre che lo vuole legato a lei, dentro di lei. Accettare che la vita del figlio sia indipendente dalla nostra, restituire (ancora una volta) la vita; oppure trattenerla, quella vita, divorare simbolicamente il figlio. A chiudere le fauci su di lui sono le madri coccodrillo (definizione lacaniana per indicare come, nella struttura del desiderio della madre vi sia una spinta cannibalica, una spinta a divorare il proprio frutto), quelle tanto care all'ideologia patriarcale che pensava alla madre come emblema del sacrificio, imponendo la rinuncia all'essere donna a favore di una totale identificazione nel ruolo di genitrice. Quindi le fauci si chiudono nel momento in cui il desiderio femminile si realizza e si esaurisce esclusivamente nel rapporto con il figlio. Al contrario, le fauci rimangono aperte quando il desiderio è diretto anche verso un terzo polo (il marito, un uomo, un interesse, il lavoro...), cioè quando la madre si stacca temporaneamente dal bimbo, e, oltre al dono della presenza sa offrire, alternandolo, anche il dono dell'assenza. Se nel passato la madre sacrificale rappresentava l'aberrazione dell'ideologia patriarcale, il suo corrispettivo capovolto è oggi dato dalla madre-narciso, nuova rappresentazione della patologia materna; la madre che vive la maternità come un ingombro, una minaccia alla propria affermazione professionale, sociale, estetica. La madre che non vuole che l'orizzonte del proprio mondo cambi come irreversibilmente avviene alla nascita di un figlio.

Denso di significati e implicazioni profonde questo evento, le suggestioni risuonano come echi, aprono riflessioni interiori, si insinuano in pieghe nascoste della coscienza.

Recalcati riesce ad essere esente da retorica, cosa non facile data la complessità dell'argomento; è emblematico come non usi mai le parole “dare la vita”, frase ormai consunta, icona santificatrice di una madre che sembra essere la proprietaria della vita stessa, parla invece di restituzione della vita, ed è attorno a questa scelta linguistica e di significato che costruisce il perno della sua indagine.

Pur con tutte le limitazioni legate al contesto, in cui si possono dare solo rapidi flash dell'argomento, il suo è uno sguardo lucido e illuminante sulla capacità di amare.

Da leggere di Massimo Recalcati: Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, collana Serie bianca, Feltrinelli 2015

Melania G. Mazzucco

Un quadro per la libertà

Una storia greca quella di Melania Mazzucco, scritta appositamente per la sua partecipazione al festival di Sarzana. Un racconto di lotta all'oppressione, di indipendenza, di libertà.
Parigi 1824: il giovane pittore Eugène Delacroix espone al Salon di Parigi il suo quadro dal titolo IL MASSACRO DI CHIO. La tela ritrae una scena della carneficina operata dall'esercito ottomano nella repressione della rivolta dell'isola greca di Chio, oggi kos, durante la lotta per l'indipendenza della Grecia che si concluderà di lì a poco.

Nel 1822 molti patrioti greci delle isole e dei territori vicini sbarcano sull'isola più vicina alla Turchia per organizzarne la resistenza. L'esercito turco, con l'appoggio di un contingente egiziano, compie per rappresaglia un indiscriminato ed efferato massacro, brucia i villaggi e distrugge le abitazioni; l'ordine per i soldati è quello di uccidere ogni bambino al di sotto dei tre anni e tutti gli uomini e i ragazzi a partire dai dodici anni, le donne non hanno sorte migliore, vengono trucidate quelle oltre i quarant'anni, facile intuire quale può essere stato il destino delle giovani. Molti abitanti dell'isola preferiscono la morte volontaria gettandosi nell'abisso. I teschi degli uomini e delle donne vengono esibiti come trofeo a Smirne. Viene risparmiato solo chi si converte aderendo alla religione islamica.

Delacroix, giovane francese di educazione classica che dopo gli studi sceglie la pittura, ha condotto fino ad allora una vita estremamente mondana, ha varie amanti e veste con eleganza, tanto da essere annoverato tra i primi dandy d'Europa. Non si interessa di politica, rimane però colpito dai racconti del massacro e decide di rappresentarlo. La presenza del dipinto al Salon crea una linea di rottura nella tradizione pittorica che fino ad allora aveva mostrato solo le guerre di un passato molto lontano. Esposto quasi per provocazione, il quadro ottiene l'effetto di contribuire a catalizzare l'attenzione dei governi europei sulla lotta del popolo greco. Molti artisti e intellettuali partono per unirsi ai patrioti ellenici; per citarne alcuni Lord Byron, che morirà poi di febbre reumatica a Missolungi e Santorre di Santarosa, che combatterà come soldato nell'esercito greco e perderà la vita in battaglia. La Grecia ottiene l'indipendenza nel 1830 e nel 1832, in base al protocollo di Londra, diventa una monarchia con un sovrano tedesco, Ottone I di Grecia, considerato erede dei re della penisola della dinastia bizantina attraverso un suo antenato.

Nel dipingere il quadro Delacroix si interroga soprattutto sulla funzione dell'arte e sul suo rapporto con la politica: cosa deve mostrare la pittura? Come rappresentare l'orrore e come il coraggio? Delacroix riflette, si documenta, conosce un colonnello francese dell'esercito greco. Ispirato dai racconti di chi combatte contro l'oppressione, dipinge il quadro sul massacro di Chio “che, come Guernica di Picasso, diventa la sintesi perfetta dell'arte con la politica”.

Di forte attualità la storia scritta da Melania Mazzucco, per come oggi l'autodeterminazione dei popoli e la lotta per l'emancipazione siano quotidianamente all'attenzione dell'Europa. In questo racconto, per citare di nuovo le parole dell'autrice, “ancora un sovrano tedesco, ancora la lotta della Grecia per la libertà”.

Alcune curiosità:

  • Da più parti viene avanzata l'ipotesi che Eugène Delacroix fosse il figlio segreto di Maurice de Tayllerand

  • Il quadro de “Il massacro di Chio” è esposto nel museo del Louvre

  • Nel 2009 una copia del dipinto viene posta nel locale museo di arte bizantina di Chio ma è poi ritirata nel novembre di quello stesso anno perché lesiva alle buone relazioni tra Grecia e Turchia, sebbene molti abitanti abbiano protestato per la sua rimozione (https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Chio)

Da leggere di Melania Mazzucco: il suo romanzo d'esordio, Il bacio della medusa

Festival della Mentina

Terza edizione per il Festival della Mentina, che è tutto il contrario di una mente piccola e non è neppure la conosciuta pastiglia alla menta profumata. Forse sono presenti nomi meno celebri ma gli eventi sono all'insegna della creatività più innovativa e totale. Accanto alla gigante kermesse più famosa e divenuta ormai “canonica”, troviamo una rassegna in cui hanno spazio idee caratterizzate dalla genialità e dalla fantasia. Sempre nelle vie del centro storico la manifestazione propone laboratori teatrali, reading di poesie, performances, installazioni, workshop. Il tutto corredato da Radio mentina che informa sugli eventi, dal Menù Mentina, dal Bar della Mentina e sì, anche da loro, le pastigliette colorate, quelle alla menta naturalmente... cosa pensavate?

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